Buio complice – racconto di LauraetLory

Un fatale, erotico, incontro

Ci chiesero di cimentarci in un racconto erotico.

Non è il nostro genere ma… ci abbiamo provato. Era il 2013

*****

L’odore di muffa la investe insieme allo spiffero d’aria fredda non appena apre la porta che introduce alle cantine. La lampadina appesa al soffitto getta uno sputo di luce fioca sul ciarpame assortito che popola il corridoio e dà corpo alla condensa del fiato.

Paola ogni volta si maledice dell’ostinarsi a tenere laggiù la scorta di olio extravergine ma i pensili dell’angolo cottura sembrano quelli della casa di Barbie e non ha alternative. Percorre rapida la distanza che la separa dalla 17B, evitando accuratamente di sbirciare i corridoi perpendicolari intercalati da porte di metallo. Nel silenzio ottundente i tuoni che imperversano all’esterno sono solo un brontolio lontano. Come al solito stringe in mano la chiave, selezionata nel mazzo prima di entrare in ascensore. Ché prima mi sbrigo e meglio è. È dentro. O meglio, il suo braccio sinistro è dentro con la mano che brancola in cerca dell’interruttore. La luce improvvisa fotografa un ambiente che la inquieta. Non si guarda in giro. Evita la folla di ricordi ammonticchiata alla rinfusa sugli scaffali. Si china sull’armadietto di metallo e trova le bottiglie ben allineate e opache. Sta decidendo se prenderne una o due quando il buio le cala addosso come una mannaia.

“Mapporcaputtanaladra!”

L’imprecazione giunge a ridarle il fiato. Non è sola lì sotto. Qualcuno condivide con lei il nero di seppia ladro di ogni riferimento. Adesso la sua bussola personale punta quella voce.

“Ehi… mi sente, c’è qualcuno?”, chiede girando su se stessa nel tentativo di ritornare sui propri passi.

“La sento. Per caso ha con sé una torcia?”

“Io speravo l’avesse lei. È fuori nel corridoio?”

“Solo dopo due testate. Non si muova, ci sono tanti di quegli stroppoli in giro che potrebbe ammazzarsi.”

“Vuol dire che si sta muovendo lei?”, poi senza dargli il tempo di rispondere. “Sa, sembra stupido dirlo, ma ho paura.”

“Non si agiti, sto arrivando.”

“Aiuta se continuo a parlare?”

“Se aiuta lei, aiuta me.”

La voce è troppo lontana perché Paola possa riconoscerlo. Del resto dopo tre anni che vive in quel condominio, a malapena saluta la dirimpettaia. L’appartamento è il rifugio serale, è la cuccia dove ritirarsi per riposare prima di riprendere la quotidiana battaglia con la vita. Magari è così per tutti, anche per quest’uomo che cerca di raggiungerla.

“Beh, non aveva detto che avrebbe parlato?”

“Io mi chiamo Paola.”

“Io Rodolfo, ma non mi è mai piaciuto e mi faccio chiamare Bric.”

“Come Paul Newman in La gatta sul tetto che scotta?”

Le viene da ridere. Probabilmente il signor Rodolfo – puntointerrogativo – Bric sfoggia una faccia anonima, una triste pelata e un salvagente di grasso a protezione degli addominali superstiti.

“No”, risponde lui ormai vicino, “come bricolage. È il motivo per cui mi rifugio in cantina. Mia moglie odia i trucioli di legno.”

Ha una moglie. L’immagine si definisce: un uomo tranquillo, affidabile, pantofolaio da cantina. Paola si rende conto di essere sollevata da quel ritratto. I passi sono vicini, così come il rumore di un crollo improvviso e di una nuova imprecazione.

“Mapporc… L’ho detto mille volte all’amministratore che deve proibire ‘sti ammassi nei corridoi. Ma lui niente!”

La voce è a pochi passi, percepisce lo spostamento d’aria di un corpo ormai a distanza di braccio. Non fa in tempo a parlare. Lui le finisce addosso. Ha un buon odore. Il contatto con il suo torace smentisce la malignità sulla pancetta. Vorrebbe indietreggiare ma il muro alle sue spalle glielo impedisce.

“Scusi”, mormora lui.

“Niente”, risponde.

È come essere cieca. Il buio annulla la superficialità dell’impatto visivo ed esalta gli altri sensi. Trattiene il respiro aspettandosi un passo indietro. Ma Bric sembra deciso a rimanerle incollato.

“Paola sta per P. Lancia?”, chiede. Il suo alito odora di liquirizia.

“No.”

“L’avevo immaginato. La signora Lancia ha una fisicità diversa. Molto diversa.”

È la voce che guida le mani. Percorrono la linea delle spalle scendendo lungo le braccia fino a intrecciarsi alle sue. Paola percepisce i palmi asciutti. Sono mani che lavorano quelle, calde, forti, callose. Bric si porta le sue dita alle labbra.

“Dita lunghe”, sussurra sfiorandole di baci, “delicate… ci sono, sono tue le note di pianoforte che accompagnano la mia lettura serale.”

Dovrebbe avere paura. Lo sa. Cerca di convincersene. Ma se è un gioco, comincia a piacerle.

“Acqua”, risponde lasciando che lui le lambisca l’indice con la lingua.

Lo sente sorridere.

“Devo salire o scendere?”, chiede contro il suo palmo.

“La pianista è sotto di me”, si sente rispondere con voce roca.

“Allora salgo.”

Le lascia le dita e modella le sue mani grandi intorno ai seni. Li strizza e Paola sente una vibrazione salire a indurirle i capezzoli.

“Biancheria di pizzo”, sussurra infilando la mano nello scollo della camicia. “L’impiegata di banca del sesto piano?”

“Scendi…”

È obbediente e, sfilando a uno a uno i bottoni dalle asole, si avvicina lentamente alla cerniera dei jeans. La trova, l’abbassa. Il freddo e il buio sono un ricordo lontano mentre le dita le sfiorano l’elastico degli slip provandone la cedevolezza. È una tortura sottile. Paola si inarca contro quelle dita, invitandolo. Il pizzico le strappa un gridolino.

“L’insegnante del quinto piano, allora. Mette sempre i jeans.”

Paola scuote la testa, anche se lui non può vederla. Vorrebbe che approfondisse il contatto. Invece le arriva un altro pizzico, più forte.

“Allora?”, la incalza.

La voce è arrochita, ma carezzevole.

“No. Devi scendere, ancora.”

Le mani afferrano insieme cintura dei jeans e slip. Li calano, lentamente, lungo le gambe. Bric scende insieme a loro. Paola percepisce il freddo che li circonda contro la pelle nuda e rovente. Chiude gli occhi quando il calore di Bric le arriva contro il ventre. Ogni sensazione tattile è concentrata su quelle labbra, asciutte e morbide, che sfiorano l’ombelico, lambiscono il monte di Venere, si perdono tra i riccioli del pube. Cerca di aprire le gambe, bloccate dai jeans. Cerca di offrirsi. Il cuore le esplode nel petto. Respira a fatica, ma Bric non concede altro che un’altra domanda.

“Gambe muscolose, la patita di jogging del piano terra?”

Il suo fiato caldo le sfiora la clitoride strappandole un gemito. Lui, scoperto il meccanismo, soffia.

“Sali, ti prego, sali”, lo implora.

Stavolta non obbedisce. Paola lo sente afferrarle le caviglie per liberarla dalla pastoia dei jeans.

“Non ti credo”, dice articolandole le parole contro la pelle tenera dell’interno coscia. “Sei una bugiarda. Ammettilo.”

Le mani premono contro le ginocchia per farle aprire le gambe. Paola si lascia guidare.

“Sì, lo ammetto.”

Continua a ripeterlo, come una preghiera, ogni volta che la lingua di Bric la fa sussultare. Inconsciamente gli porta le mani sulla testa e affonda le dita tra i capelli. Sono corti, mossi, morbidi. Lo guida e il suo naso freddo è una nuova sferzata di piacere che le inumidisce le gambe. Sta per venire, l’orgasmo è come un ariete che spinge. Ma Bric chiude le porte.

“No, non adesso”, la voce le raschia in gola.

Bric non risponde, si è alzato in piedi. Paola sente una cerniera scorrere. Sente i tuoni lontani. Riesce a pensare che se tornasse la luce, stenterebbe a riconoscersi in quella donna ansante, eccitata, pronta a tutto. Bric le guida la mano e lei gli stringe le dita intorno al pene eretto. Lo stringe forte e stavolta è lui a concedersi un gemito. È roco, è profondo, lo soffoca contro le sue labbra. E Paola ancora una volta accoglie la sua lingua. Se ne lascia riempire mentre la mano aumenta il ritmo.

“Ferma”, le dice serrandole il polso in una morsa.

Paola vorrebbe vederlo in faccia, vorrebbe leggergli negli occhi come interpretare quel gesto, quella parola, quell’improvvisa durezza. Ma il buio complice non cede e senza accorgersene si ritrova con le mani contro il muro e il peso di lui contro le natiche.

Quando la lampada appesa al soffitto lancia i suoi timidi lampi, Bric le è già dentro. Il timore che l’elettricità li riporti alla realtà si dissolve al ritmo dei colpi di lui. Che si fanno sempre più profondi strappandole il primo orgasmo. È intenso come non se ne credeva capace. Ma non ha il tempo di assaporarne le sfumature. Bric non le dà tregua. Una mano resta sui fianchi, l’altra le afferra i capelli tirandole la testa all’indietro. Il piacere sovrasta il dolore e stavolta urla. Lui esce da lei, ma non ha ancora finito. La costringe carponi, si inginocchia e torna a penetrarla. Stavolta non la stimola. Le abbranca le natiche e Paola si abbandona alle spinte. Alla sensazione di averlo in fondo, sempre più in fondo. Fin quasi a fare male. È esausta, ma il terzo orgasmo la percuote e la sbatte a terra, contro il cemento ruvido e freddo. Bric le si abbandona addosso e viene con un gemito gutturale.

Il silenzio si ridistende su di loro, rotto solo dai respiri spezzati. Bric torna in ginocchio e se la tira contro, stringendola tra le braccia.

Paola si lascia cullare da quelle braccia forti, dal suo alito che ora sa di liquirizia e di sesso.

“Il mio appartamento è il…”

Lui le blocca le parole con le dita.

“No. Non voglio saperlo. Non oggi.”

È buio, ma lei si volta comunque a cercarne la faccia. Vorrebbe scoprire se quelle parole hanno acceso in lui il suo stesso desiderio. Vuole che succeda ancora, tutto il suo corpo lo vuole, lo grida. Non c’è altra considerazione.

Bric la scioglie dall’abbraccio e la tira in piedi.

“La luce sta per tornare”, le sussurra mordendole le labbra in una promessa. “Io scendo in cantina tutti i martedì sera, se vuoi.”

Paola gli afferra il braccio, non vuole lasciarlo andare. Poi la ragione le dice che se tornasse la luce, se lo vedesse in faccia, la magia svanirebbe. Molla la presa, lo sente allontanarsi. Pensa che il martedì sera ha il massaggio shiatsu. Pensa, anche, che non ci andrà più. Ha trovato un modo migliore per rilassarsi.

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