Fino all’alba (un crossover vittoriano)

Succede che incontri un personaggio di un’altra autrice, Lucia Guglielminetti. Succede che quel personaggio ti entra nel cuore. Succede che hai voglia di conoscerlo meglio. E nasce un incontro tra un giovanissimo pittore scozzese e un antico vampiro olandese nella magia di una notte di Montmartre.

(Lo splendido ritratto che illustra il racconto è opera della mitica Kittrose (https://kittrose.jimdo.com/)

(Volete conoscere meglio l’affascinante vampiro olandese? https://raistanvanhoeck.jimdo.com/ )

 

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Patetico. Così si sentiva Robert Stuart Moncliff, primogenito del barone scozzese Sir William Moncliff e novello sposo in luna di miele a Parigi. La Parigi di un principio di primavera del 1888. La città più bella e romantica del mondo. Il posto ideale per essere felici. A patto di avere la compagnia giusta. E sotto quel cielo orfano di stelle, dove veleggiava una splendida luna, Robert era solo, arrabbiato e infelice. Aveva lasciato nella lussuosa suite sua moglie Catherine. Bella come una ninfa preraffaellita. E innamorata. Non gli era stato difficile fare il suo dovere di marito. L’aveva amata. Aveva saputo dedicarle un simulacro di passione che lei, inesperta, aveva preso per vera. Ma Robert si sapeva capace di ben altro. Di un trasporto che era tormento e paradiso. Non amava Catherine. Il suo cuore era rimasto a Londra, impigliato negli occhi, tra i capelli, sulla bocca di Lord Lennox. Sì, un patetico, infelice invertito. Così si sentiva Robert mentre si specchiava nella solitudine delle strade. Era tardi e la carrozza lo stava conducendo verso Montmartre. Non sapeva cosa stava cercando mentre voltava le spalle allo splendore della Ville Lumière per tornare nei luoghi che, solo due anni prima, lo avevano visto felice e spensierato tuffarsi nella sregolatezza della vita di bohemien. Forse l’ebrezza dell’assenzio poteva fargli dimenticare che si era piegato all’ipocrisia del mondo e aveva accettato di fingersi marito mentre la sua anima soffriva per l’assenza del suo vero amore. A Kiran sarebbe piaciuta così tanto Parigi.

La carrozza lo lasciò a Place du Tertre. Robert si appoggiò al bastone da passeggio, impreziosito dall’impugnatura d’argento sbalzato. Un dono di Kiran. Celava una lama affilata e gli venne da sorridere. Fosse stato lì con lui, il conte lo avrebbe trascinato a caccia di guai, forte della loro abilità di spadaccini. Si limitò, invece, a respirare a fondo i profumi delle pittoresche stradine. Sporcizia, cibo, l’aroma dell’anice e del tabacco, oppio. Ricordava l’insegna e si diresse nel locale dove aveva parlato di pittura e di sesso con altri giovani sognatori in cerca di gloria. Di quei momenti ritrovò l’atmosfera, mentre toglieva il cilindro, si passava le dita tra i capelli per restituire loro la facoltà di svolgersi in onde dorate e lasciava vagare lo sguardo tra i tavolini occupati. Cercava volti noti, ma il suo sguardo venne invece catturato dall’angolo più lontano e più in ombra del bancone. Un manto di capelli serici su spalle fasciate di nero. A colpirlo furono l’opulenza e la lunghezza della chioma, ma soprattutto il colore mai visto prima. Nella sua mente di pittore giunse immediata l’associazione: il candore della nebbia, reso dorato dal sole appena sorto. Chiunque fosse quella persona, aveva lo splendore dell’alba nei capelli. E l’ombra in cui si celava non era sufficiente a nasconderlo. Un uomo, di certo. Era seduto, ma si intuiva un’altezza fuori dal comune. La giacca nera, forse un soprabito, aveva un singolare motivo di punte metalliche sulle spalle. Suggeriva l’idea di una divisa militare di un esercito sconosciuto. Il locale era affollato, ma c’era come una bolla di solitudine a circondare quella presenza. Robert si fece lentamente spazio tra gli avventori. Il sorriso di una giovane prostituta lo sfiorò, ma non ottenne la sua attenzione. All’improvviso l’unica cosa importante era accostarsi allo sconosciuto. E scoprire se il volto manteneva la promessa di bellezza che aveva percepito.

Un’altra.

Un’altra di quelle sere in cui la noia la faceva da padrona e la ricerca di qualche diversivo diventava un imperativo morale. Con questo spirito Raistan Van Hoeck era entrato nel locale a poche decine di metri da casa sua, dirigendosi alla sua postazione al limite estremo del bancone, dove poteva osservare senza essere osservato. Almeno non troppo, ecco. L’oste lo conosceva e gli aveva riservato il solito cenno distratto della testa, per poi posare davanti alle sue mani guantate un bicchiere di vino rosso. Abituato com’era a una clientela alternativa, quel gigante dall’aria malinconica, sempre vestito di nero e con capelli lunghi come quelli di una femmina non lo aveva impressionato più di tanto nemmeno la prima volta in cui si era presentato, diversi anni prima. Se ne stava per lo più immobile al proprio posto, lo sguardo nascosto dietro a strani occhiali dalle lenti scure e ovali, sorseggiando con lentezza il vino, ma senza mai finire il contenuto del bicchiere. Una cosa aveva notato, l’oste: dopo pochi istanti dal suo arrivo, la gente cercava di frapporre la maggior distanza possibile da tra sé e lui. Dopo un paio d’ore se ne andava, salutandolo con un altro cenno del capo, lasciandogli sul bancone una mancia generosa, senza aspettare un saluto di ritorno.

Quella sera, tuttavia, qualcosa accadde, e proprio quando Raistan stava valutando l’idea di seguire una graziosa fanciulla appena uscita dal locale in compagnia di due pittoreschi individui.

Uno sguardo di forte intensità puntato contro la sua schiena. Poteva percepirlo, come se si fosse trattato di un tocco reale, di una mano vera. O forse di un pugnale. Per istinto si irrigidì, per poi inclinare la testa con lentezza, prima da un lato poi dall’altro, per sciogliere i muscoli del collo. Infine si voltò con altrettanta flemma, fingendo di guardarsi intorno in modo casuale. Non gli fu difficile individuare la fonte di tanto disturbo. Un giovane elegante si stava dirigendo verso di lui, facendosi largo tra la clientela chiassosa. Alto, biondo, con un volto delicato, quasi infantile, ma risoluto, e animato da una decisione che sembrava provenire da molto in profondità dentro di lui. Tanta risolutezza poteva essere pericolosa. Anche per lui? Raistan tornò a fissare il proprio bicchiere, ma tutto il corpo era teso e pronto a un eventuale scontro. Che diavolo voleva da lui, quel damerino? Riuscì a isolare il flusso dei pensieri del giovane da quelli degli altri avventori, e dovette smorzare un sorriso. Alzò gli occhi al cielo e sbuffò, preparandosi all’incontro.

 

Un profilo perfetto. Aveva avuto solo un istante per percepirlo. Pallido. Pallidissimo. Marmo di Carrara, ma non era stata la mano di uno scultore amante del classico a scolpire quel volto. Lineamenti particolari, il naso leggermente a punta, quasi sbarazzino, elegante senza essere lezioso. Le labbra erano appena rosate, piene. Robert aveva avuto l’impressione di un sorriso, ma forse si era sbagliato. Perché adesso che era abbastanza vicino, si ritrovò costretto a rallentare. L’uomo, giovane ma di sicuro più vecchio di lui, era solo in quell’angolo del bancone e sembrava emanare un etereo ostacolo per tener lontani… gli scocciatori, forse. O quelli come lui. Nell’attimo in cui si era voltato, Robert aveva notato che indossava occhiali scuri, che rendevano impossibile scorgerne gli occhi. Aveva scacciato l’idea che potesse essere cieco. Percepiva l’intensità dello sguardo dietro quelle lenti. Si sentì avvampare. Cosa poteva pensare di lui? Che fosse un pervertito a caccia di distrazioni. Ecco cosa. Fu tentato di fare dietro front. Pensò a Kiran. Lo amava perché era Kiran, non perché era un maschio. Da quello sconosciuto voleva solo… bellezza, distrazione, arte. Sì, arte. Nel suo cervello c’erano già gli schizzi di quel profilo, del modo in cui i capelli, stupefacenti ora che li vedeva meglio, si posavano sulla spalla e giocavano contro lo zigomo, lasciando scoperta la fronte. Pallida. Pallidissima. Un albino, forse. Ne aveva visto uno in un serraglio, una volta. Un povero infelice. Lo sconosciuto davanti a lui no, emanava forza, forse pericolo, di sicuro… freddo. Il locale affollato era piacevolmente tiepido, ma lì, quasi a ridosso del bancone, la temperatura era diversa. L’uomo era una fiamma gelida che attirava falene pronte a crollare con le ali cristallizzate dal ghiaccio. Si diede dell’imbecille per quella strana immagine. Adatta ai suoi romanzi, non alla realtà. E decise di rompere gli indugi.

“Posso disturbarvi, monsieur?”, chiese nel suo francese appesantito dall’accento britannico.

Raistan rimase per un attimo col bicchiere sospeso a mezz’aria, a poca distanza dalla bocca, poi abbassò la mano con deliberata lentezza, la stessa con cui si voltò verso lo scocciatore, soppesandolo con lo sguardo. Per qualche lungo, lunghissimo istante non gli rispose, limitandosi a fissarlo e a potenziare la propria aura negativa di qualche grado. Non per fargli male, no, giusto per fargli scontare la sua impudenza e per divertirsi un po’ a osservare la sua reazione. Inglese il ragazzino, niente meno. Ricco, a giudicare dall’abbigliamento, forse addirittura aristocratico. Un bel viso, ingentilito da una spruzzata di lentiggini che lo facevano apparire anche più giovane di quello che doveva essere. Lo vide impallidire leggermente, per poi arrossire, mentre aspettava quella risposta che lui era deciso a fargli sospirare ancora un po’. Una veloce incursione nella sua mente rivelò apprensione, curiosità e un accenno di vergogna, che Raistan assaporò con piacere quasi sadico. Ridicoli umani, sempre tormentati da mille sensi di colpa…

“Perché?” chiese, poi portò il bicchiere alla bocca e si inumidì le labbra con il liquido color rubino, gli occhi sempre puntati sullo sconosciuto.

Perché? Mille risposte e nessuna. E quello sguardo invisibile a farlo sentire… inopportuno, molesto, fastidioso. Stupido. Deglutì l’imbarazzo, giocherellò con la tesa di feltro pettinato e lucente del cilindro.

“Lasciate che mi presenti, monsieur. Mi chiamo Robert Stuart Moncliff. Sono un pittore…”

Come se questo potesse significare qualcosa per quello sconosciuto. Come se lui, Robert, potesse accampare un qualche valore artistico. Moncliff non era Seurat, Monet, Van Gogh. Non era nessuno. Ancora.

“Vorrei… Sì, ecco, mi rendo conto di essere inopportuno e me ne scuso. Ma vorrei ritrarvi. Voi siete…” Cercò la parola giusta, sentendosi schiacciare dal peso di quello sguardo, di quell’immobilità assoluta, di quel silenzio. Lo sconosciuto pallido non sembrava nemmeno respirare.

“Voi siete un soggetto interessante. Molto.”

Lo disse e avvampò al punto che, ne era certo, perfino le sue maledette lentiggini dovevano essere scomparse.

“Sono stato definito in molti modi, Robert Stuart Moncliff, ma ‘soggetto interessante’ mai. Immagino che volesse essere un complimento” disse Raistan rivelando nella sua parlata un accento simile a quello del ragazzo, soltanto inasprito dalla R di impronta germanica, che non era mai riuscito a perdere. Ancora un po’ e a quel tipo sarebbe andata a fuoco la faccia, poco ma sicuro. Non poteva negare di aver provato stupore e un pizzico di compiacimento per la sua strana richiesta. Suscitare sentimenti che non fossero odio e repulsione era una bella novità, una volta tanto. Peccato non poterlo accontentare. Le leggi della razza vampira erano molto severe, a riguardo. Non lasciare traccia di sé. Attraversare il mondo come spettri. Forse per quello la natura li aveva dotati di un simile pallore.

Non avrebbe accettato. Robert lo sentiva chiaramente. D’altronde perché avrebbe dovuto? In quel momento si rese conto, con stupore, che l’idea lo addolorava. Lo conosceva, parola quanto mai inappropriata, da pochi istanti. In molto meno sarebbe stato congedato. Un incontro come mille altri. Un volto che comunque era già ben impresso nella sua mente. Avrebbe potuto ritrarlo a occhi chiusi… a parte lo sguardo. Desiderava vederne le ciglia, il colore dell’iride, l’espressione. Ebbe l’assurdo pensiero di chiedergli di togliere gli occhiali.

“Lo era… un complimento. Nelle mille combinazioni che la natura e l’eredità familiare mettono in campo nel comporre volti, ce ne sono alcuni che emergono dalla massa. Il concetto di bellezza è relativo. Io parlerei piuttosto di armonia delle proporzioni. E tale armonia in voi è molto marcata.”

Aveva parlato come se le parole si affastellassero per uscirgli dalle labbra. Voleva che lo sconosciuto capisse cosa intendeva, il reale motivo del suo interesse. Si considerava un esteta, collezionava nella mente, sulla tela, nei suoi blocchi di schizzi, gli esempi di armonia sui quali posava gli occhi.

“Mi rendo conto che non sono un pittore famoso e che non avete alcun motivo per accettare. Ma vi sarei veramente grato se… ecco, se mi concedeste questo privilegio.”

“Dimmi, Robert Stuart Moncliff, che ci fa un giovanotto del tuo livello in un posto come questo? Quell’anello così lucido al tuo dito dice che esiste una signora Moncliff da qualche parte, ma tu, invece di goderti la sua compagnia, sei qui a pregare un perfetto sconosciuto di concederti favori che lei sarebbe felice di accordarti. Allora?”

Valevano uno schiaffo, quelle parole. A mano aperta, come a scacciare un insetto fastidioso. Robert si sentì vacillare. Si chiese se fosse possibile svanire, a patto di desiderarlo veramente. Strinse le dita sull’impugnatura d’argento del bastone, come se temesse di cadere. Vide il volto dello sconosciuto abbassarsi a seguire quel movimento. Percepì qualcosa che non riuscì a capire. Sbatté le palpebre, consapevole di un’improvvisa ondata di gelo che gli fece pizzicare occhi e naso. Stava per starnutire. Riuscì a soffocare l’improvvisa emissione d’aria nella mano guantata.

“Scusatemi”, mormorò.

E si mise a sedere sullo sgabello accanto a quello dello sconosciuto dai capelli d’alba e dagli occhi di tenebra. Non era stato invitato a farlo.

“Mia moglie è in albergo”, disse. “Dorme. E non le piace posare per me. Lo ha fatto una sola volta e, chissà, forse non è stata soddisfatta del risultato, perché non ama quella tela. Eppure sono bravo, sapete? Sono venuto qui perché due anni fa ci passavo le serate. Ero a Parigi per studiare pittura e per festeggiare il mio compleanno. Un viaggio premio, diciamo. I miei compagni di corso erano francesi e mi condussero qui. Mi piacque. Non è il posto adatto al figlio di un barone, ma se, come me, si vuole raccontare la vita che ci scorre intorno, i posti da frequentare non sono mai quelli adatti.”

Immobilità. Forse non lo stava neanche ascoltando. Forse da un momento all’altro avrebbe alzato una di quelle mani guantate di nero che teneva intorno al bicchiere di vino e lo avrebbe veramente colpito. O forse no. Impassibile. Una statua viva del più puro marmo. Il candore si espandeva anche al collo e si perdeva tra i lembi della camicia nera lasciando intuire comunque un torace poderoso. Robert non aveva mai visto nessuno pallido in quel modo. Neanche l’albino nel serraglio.

“Posso mostrarvi una cosa?”

Non attese risposta. Estrasse dall’interno dell’elegante giacca di un azzurro polveroso un taccuino rilegato in pelle. Ne sfogliò qualche pagina finché individuò ciò che voleva. Lo voltò verso lo sconosciuto, verso quegli occhiali scuri che gli impedivano di completarne l’immagine.

Lasciò che a parlare fosse lo schizzo a matita. Un paio d’occhi, quelli di Kiran. Pieni d’ombra, di infelicità, d’amarezza. E d’amore. Con quello sguardo il conte di Lennox aveva lasciato i festeggiamenti per il suo matrimonio con Catherine.

“In un posto ancora meno adatto di questo ho incontrato, qualche anno fa, la persona più importante della mia vita. E se non avessi avuto il coraggio di rischiare di infilzarmi sulle lance di una cancellata troppo alta, adesso sarei un uomo incapace di cogliere il bello che mi circonda.”

Lo sguardo di Raistan ristette a lungo sull’immagine che il giovane gli stava mostrando, e lesse nel disegno anche le cose che Robert non intendeva rivelargli. Non ebbe nemmeno bisogno di frugare nella sua mente per cogliere il rimpianto quasi palpabile che esprimeva. Bastava guardarlo in faccia, notare la sua postura, molto meno eretta di prima, come se il peso che si portava dietro lostesse schiacciando. Non provò pena per lui, quello no. Raramente provava compassione per gli esseri umani, soprattutto dopo che gli avevano dimostrato in quanti e quali modi potessero essere crudeli. Sentì piuttosto una stilla di curiosità verso quello strano giovane, e gli fu segretamente grato per avergli rivelato un importante frammento della sua anima.

“Jacques, il Barone, qui, ha bisogno di qualcosa di forte” disse, rivolgendosi all’oste e attirando la sua attenzione con un cenno della mano. Poi successe qualcosa di strano. Ma strano davvero. Con un movimento fulmineo, il vampiro si spostò alla destra di Robert, afferrò un uomo per la collottola e gli fece sbattere con violenza la faccia sul bancone. Un attimo dopo stava tendendo all’inglese un piccolo fascio di banconote trattenute da un fermacarte d’oro, tenendolo fra due dita della mano guantata.

“Non dovreste andarvene in giro con tanto denaro, specie in un posto come questo. È pieno di malintenzionati…” disse con tono casuale, sferrando un calcio all’uomo a terra e riprendendo posto sullo sgabello al suo fianco.

“Allora? Che cosa prendete?” chiese l’oste a Robert, affatto sconvolto per quello che era appena successo. Lo stesso non si poteva dire del povero Moncliff.

Guardò l’oste, guardò lo sconosciuto.

“Assenzio”, mormorò. In mano i soldi strappati al borseggiatore. “Siete… siete veloce, monsieur. Grazie…” Ripose i soldi nella tasca della giacca. L’oste gli servì il liquore verde, il cui profumo sembrò saturare l’aria, con la consueta cerimonia delle zollette di zucchero e del cucchiaino. Robert prese il bicchiere e lo alzò all’indirizzo del suo involontario ospite. Ebbe l’impressione che l’uomo si scostasse davanti a quel gesto, ma lui riusciva solo a pensare alla velocità con cui si era mosso poco prima per salvare il suo denaro.

“Alla vostra, monsieur”, disse, prendendo un sorso del liquido opalescente. “Posso sapere il vostro nome?”

Non era un’impressione. Davanti all’unica sostanza tossica per i vampiri, assieme al laudano, Raistan aveva dovuto consapevolmente trattenere un moto di repulsione e aveva seguito l’ascesa del calice alla bocca di Robert con malcelato disgusto. Si costrinse a riportare l’attenzione sull’umano, la cui innocente domanda ebbe il potere di metterlo in difficoltà come mai fino a quel momento.

“Ehm… io…” borbottò, poi sembrò riacquistare la consueta sicurezza e finse di bere un altro sorso di vino.

“I nomi sono molto sopravvalutati, non pensate? Potete chiamarmi… Ray, per il momento.”

Ray. Robert assaporò quel nome insieme all’ebbrezza immediata dell’assenzio. Non gli si addiceva. Doveva essere di più e di meglio. Aveva una nobiltà nell’aspetto e nella postura che non poteva ridursi a tre lettere. La curiosità lo inebriò come e più del liquore.

“Io sono scozzese”, disse. “E dal vostro accento direi che neanche voi siete francese… Tedesco?” azzardò.

“Olandese, ma manco dalla mia patria da moltissimo tempo. Parigi è la mia casa, adesso. Quindi lo stiamo facendo” disse, con un improvviso cambio di registro che confuse Robert. Era come se si fosse accorto della confidenza che gli stava dando e avesse deciso di fare marcia indietro.

“Facendo cosa?” Robert si sentiva costantemente sul ciglio di un burrone. O di una rivelazione. E non osava ancora chiedergli di togliere gli occhiali. Aveva la certezza che non solo non lo avrebbe fatto, ma lo avrebbe scacciato in malo modo.

“Conversazione. Non mi capitava da un po’. Non è così male, in fondo. Parliamo di questo ritratto. Non sto dicendo che vi concederò il permesso di ritrarmi, sono solo curioso. Dove pensavate di… lavorare?”

Robert si costrinse a pensare in fretta. Due anni prima, durante quei fantastici tre mesi parigini in cui tutto sembrava possibile, persino non sentire l’assenza di Kiran, aveva lavorato in una specie di studio, proprio lì a Montmartre. Ricordava il luogo, ricordava la disponibilità del vecchio Mathiàs, a cui bastava una bottiglia di vino e la promessa di chiudere la porta quando avessero finito. Ricordava anche dov’era nascosta la chiave per accedere.

“C’è uno studio, poco oltre Place du Tertre. Uno stanzone, a dirla tutta. Ma è tranquillo. E luminoso.”

Provò a immaginare una luce di taglio su quei capelli, il volto un po’ di tre quarti. Certo, quegli occhiali…

“I vostri… colori sono così particolari che credo riuscirei a renderli lavorando anche solo di carboncino. Sapete, un ritratto a olio richiede tempo. Non che io non ne abbia, ma ho idea che voi siate una persona con molti impegni. E poca pazienza.” Accennò un sorriso, incerto se poterselo concedere o meno.

Anche un angolo della bocca di Raistan si sollevò, ma all’ennesimo sorso di assenzio da parte dell’umano l’espressione del vampiro tornò truce. Addio spuntino, con tutta la porcheria che stava ingurgitando, accidenti a lui. E dire che non gli sarebbe dispiaciuto assaggiarlo, dopo aver soddisfatto il suo capriccio. D’altronde i vampiri non facevano niente per niente… Si stupì di aver preso davvero in considerazione l’idea di farsi ritrarre. Non poteva negare che la tentazione fosse notevole, così come il pericolo, se il dipinto fosse finito nelle mani sbagliate. Ma qualcosa gli diceva che non sarebbe successo e che non sarebbe stato il suo rifiuto a impedire al ragazzo di realizzarlo ugualmente una volta che si fossero separati.

“Vogliamo andare?” disse, alzandosi ed ergendosi finalmente in tutta la sua statura.

Robert scattò in piedi e si sentì basso per la prima volta in vita sua. La statua vivente era un colosso. Ma aveva eleganza nel portamento. E la giacca nera dalle spalline armate di punte metalliche rivelava proporzioni armoniose.

“Sì, certo, andiamo.”

Lo precedette tra la folla, rendendosi conto che si fendeva davanti a loro. E non certo per far spazio a lui. Appena fuori, fu grato al fresco di quella notte che non aveva ancora del tutto detto addio all’inverno. Aveva bisogno di respirare profondamente. Si diresse allo studio sotto il lume azzurrato della luna, tra stradine fiocamente illuminate. La luce. Stava portando Ray in uno studio di pittura, per ritrarlo in piena notte. Una situazione strana, inattesa. Forse anche pericolosa. Dopo averlo visto muoversi, anzi, dopo non averlo visto, tanta era stata la velocità, si chiese cosa sarebbe successo se gli avesse mostrato cattive intenzioni. Si voltò a guardarlo e incontrò, più vicino di quanto si aspettasse, la maschera impenetrabile del suo viso. Doveva essere difficile distinguere gli ostacoli con quegli occhiali scuri. Anche Ray si bloccò, come aspettando una sua qualche iniziativa.

“Ci siamo quasi, è vicino”, lo rassicurò Robert. Poi sorrise tra sé: lui che rassicurava quella specie di oscuro guerriero del nord. Tornò a precederlo.

“Posso chiedervi una cosa?” Non attese una risposta. “Gli occhiali… sono necessari?”

Di nuovo un angolo della bocca del bestione si sollevò in un accenno di sorriso. “Per ora lo sono. Dopo… vedremo. E così conoscete il vecchio Mathiàs. Lo vedo spesso girare da queste parti, ma non sapevo che possedesse lo studio di cui mi avete parlato. Forse dovrei indugiare più spesso in conversazioni con gli sconosciuti…” Dalla gola gli sfuggì una risatina rapida come una folata di vento, e altrettanto gelida.

“Forse non tutti gli sconosciuti hanno la mia faccia tosta. Devo esservi sembrato piuttosto sfrontato” osservò Robert. L’assenzio gli aveva sciolto la lingua e rilassato il corpo. Si sentiva bene. Soprattutto non si sentiva più infelice e patetico. Non pensava a Catherine, in albergo. E non pensava a Kiran, solo a Londra. Quell’avventura era tutta sua: un uomo misterioso dall’aspetto fiabesco, una strana serata parigina, una luna che tingeva d’azzurro e d’argento perfino quei meravigliosi capelli dorati. C’erano tutti gli ingredienti per trarne una delle sue storie. Ma ci sarebbe stato tempo. Adesso, per una volta, voleva sentirsi lui il protagonista. “Devo confessarvi che, di solito, non mi comporto così. Se vedo un volto interessante, mi limito a carpirlo da lontano. Ma voi… in quel locale sembravate il centro di un vortice.”

“Di solito si sta lontani dai vortici, se si ha a cuore la propria sicurezza. Ma forse questo non è il vostro caso, non è così, mio scalatore di cancelli? Fino a che punto siete disposto a rischiare, per ottenere quello che volete?” chiese Raistan con tono canzonatorio, bisbigliando le parole a pochissima distanza dall’orecchio di Robert, e facendolo rabbrividire.

Fu un brivido strano, sconosciuto. Lo mise a disagio. Erano arrivati davanti alla porta di legno scrostato che conduceva nello studio del vecchio Mathiàs. Robert si alzò sulle punte dei piedi e percorse con la mano l’intelaiatura piena di schegge. Se non avesse avuto i guanti si sarebbe ferito, ma trovò la chiave, e la strinse voltandosi a guardare quell’uomo imponente. Fino a che punto, chiedeva.

“Molto”, si sentì rispondere, lo sguardo a sostenere quello degli occhi che non poteva vedere, ma che percepiva acuti. Aprì la porta e la varcò. Ray lo seguì.

“Mi fa piacere sentirlo, Robert. Posso chiamarvi Robert, vero?” chiese, per poi voltarsi e spaziare con lo sguardo nella grande stanza, della quale la luce della luna gli rendeva possibile cogliere ogni dettaglio. Annusò l’aria e apprezzò quello che percepì. Trementina, olio, tela, legno. E l’odore dell’umano, quello più segreto, che nemmeno l’aroma della colonia riusciva a celare. Gli piaceva. Anche la nota di paura e di eccitazione che conteneva. Era uno dei suoi profumi preferiti, a dire il vero. “Allora? Come pensate di procedere?”

Robert si muoveva con qualche difficoltà nella penombra. Trovò il candelabro che ricordava e gli zolfanelli. Accese, una dopo l’altra, tutte le candele che trovò. Lo stanzone divenne un luogo pieno di magia, la magia dorata di quei piccoli fuochi.

“Normalmente vi chiederei di tornare qui con la luce del sole, Ray. Ma ho l’impressione che non mi dareste una seconda occasione. Quindi…”

Tolse il cappello e si liberò della giacca. Prese da un angolo un cartoncino polveroso e ingiallito e lo fissò su uno dei cavalletti, poi aprì una scatola e rovistò tra vecchi pennelli, sanguigne, gessetti e carboncini. Posò quel che gli serviva sul bordo del cavalletto e si volse al suo imponente modello.

“Sì, potete chiamarmi Robert. E dovreste togliere gli occhiali. Vi prego. Un ritratto parte da lì, dagli occhi.”

“Ne sono consapevole, mio giovane amico. Anche io, di tanto in tanto, mi diletto di pittura e disegno, anche se i miei soggetti sono per lo più paesaggi al tramonto. È solo che… non siete preparato a quello che vedrete quando me li toglierò e temo la vostra reazione. Perché, a seconda di come sarà, dovrò adeguare la mia. Desiderate lo stesso che lo faccia?”

Robert lo fissò. Si chiese se si stesse prendendo gioco di lui o se lo stesse minacciando. Non capiva. Cosa poteva esserci di così terribile dietro quegli occhiali scuri?

“Non so quale reazione dovrei avere, ma desidero che lo facciate. Sì. Credo sia la cosa che desidero di più in questo momento” rispose con franchezza.

“Evidentemente non conoscete il detto ‘Attento a quello che desideri, perché potrebbe realizzarsi’. Come volete, io vi ho avvertito. Peccato abbiate bevuto quell’orribile assenzio…” disse Raistan, come soprappensiero. Poi mise mano agli occhiali dalla sottile montatura di metallo e li sfilò con lentezza. Abbassò le palpebre e la testa per un istante, poi con altrettanta flemma le riaprì e sollevò il capo, rivelando quello che si celava sotto le lenti scure: una pupilla allungata come quella dei rettili, infissa in un’iride di ghiaccio spruzzata di rosso. Quegli occhi erano puntati su Robert, adesso, a studiarne ogni reazione, mentre il corpo del vampiro, con la mano che non teneva gli occhiali stretta a pugno, sembrava sul punto di scattare da un momento all’altro. Per fare del male, o forse per fuggire.

Confusione. Paura. Curiosità. Un’assurda curiosità. Erano gli occhi di un demone. Ma erano… bellissimi. A Robert mancò il fiato, mentre non riusciva a impedirsi un passo indietro. Una tigre dagli occhi blu. Si chiese se stesse per morire e il pensiero volò a Kiran. Uno sciocco, un incosciente. Eppure…

“Cosa… Cosa siete?”

La voce gli uscì tremula, ma non indietreggiò oltre. Era irresistibilmente attratto da quella creatura. Ne percepiva la pericolosità, forse anche la crudeltà innata. Non riusciva a formulare altro pensiero coerente se non quella domanda. Con chi, con cosa aveva parlato e bevuto al bancone di un locale? Senza lo schermo degli occhiali, la bellezza di quel viso si rivelava come lui l’aveva intuita. E per quanto terribile fosse vedere il taglio delle pupille in quell’iride simile a un cielo screziato di sangue, quegli occhi non promettevano morte. Sembravano aspettare un cenno. Così come Robert aspettava una risposta.

La postura di Raistan si fece leggermente più rilassata, anche se il suo sguardo non abbandonò il giovane nemmeno per un istante. Non un battito di ciglia interruppe la sua terribile intensità.

“Datemi retta, non volete saperlo veramente. E io non voglio dovervi uccidere per mantenere al sicuro il mio segreto. Mi siete simpatico. Prima che arrivaste mi stavo annoiando, e adesso non mi annoio più. Ve ne sono grato. In una vita lunga come la mia, le sorprese sono molto poche…” Sorrise davvero per la prima volta, anche se l’allegria non raggiunse mai gli occhi, e lo fece in modo deliberato, come se stesse cercando di mostrargli… qualcos’altro, ma indirettamente. Robert non faticò molto a individuare cosa, e lo shock fu altrettanto grande. Canini. Lunghi. Affilati. Vacillò. Aveva letto storie, si era appassionato alle leggende. E ne aveva una davanti. Pallido, veloce, imponente, con la bocca armata in quel modo.

“Voi potete non dirlo”, mormorò riuscendo comunque a sostenere quegli occhi, “ma io non posso fingere di non saperlo…” Deglutì. La cravatta di seta gli circondava la gola, ma aveva la sensazione di sentire quei denti premere contro la pelle. Chiuse gli occhi per un istante, quasi a testare la realtà di quell’incontro. Ma Ray era lì quando li riaprì. E Robert decise di sorprenderlo ancora.

“Spero con tutto il cuore che mi lasciate vivere. Ma se invece decideste di uccidermi per custodire il vostro segreto, vi chiedo comunque di lasciarvi ritrarre prima.”

Raistan aggrottò le sopracciglia in un’espressione spaventosamente umana. Toccava a lui, adesso, provare un barlume di confusione e di sorpresa. Poi però fu la rabbia a prendere il sopravvento. Tutti avevano un secondo fine, anche coloro che apparivano più puri. Bisognava solo scoprire quale. Afferrò Robert per la cravatta e quasi lo sollevò da terra, sospingendolo nel contempo contro la parete alle sue spalle. Ora i loro visi erano vicinissimi, e quello dello scozzese era quasi pallido quanto il suo, ma lo sguardo non si abbassava.

“Perché? Per poterlo mostrare nei vostri salotti alla moda e vantarvi di aver ritratto un mostro sanguinario? Eh? È questo che ti interessa, highlander? E non mentirmi, posso leggere nel pensiero delle persone. Non c’è niente che tu mi possa celare.”

Robert aveva paura, molta. Ma prevalse la rabbia.

“Se non posso nascondere nulla, allora già sai quel che c’è da sapere. Non frequento salotti alla moda. E non ritrarrei un mostro. Non ti conosco, Ray, non so niente di te. So che puoi spezzarmi in due adesso e uccidere tutti i miei sogni, le speranze, ogni futuro. Ci sono stati momenti in cui ti sarei stato grato per questo. Oggi no. Non voglio morire. E vorrei cercare di catturare ciò che sei. Per me, per come io ti vedo. Lasciamelo fare. E se ciò che vedrai su quel foglio ti offenderà o ti deluderà, non dovrai fare altro che usare una qualsiasi delle tue armi e cancellare l’offesa. Ma se il ritratto ti renderà giustizia, allora consentimi di portarlo con me. Nessuno lo vedrà. Non è vanità la mia. Non ho secondi fini. Da quando sono nato cerco la bellezza in ciò che mi circonda. E quando la trovo le rendo omaggio. Per come so.”

La presa del vampiro era salita alla gola di Robert, che per la prima volta poteva saggiarne il tocco gelido della mano, anche se ricoperta dalla pelle del guanto, ma non era particolarmente soffocante. Lo sguardo, quello no, non gli dava tregua, come se volesse succhiargli via la verità dagli occhi. Forse era proprio quello che stava cercando di fare.

“Che cosa te ne fai della bellezza di uno come me, quando hai già trovato il tuo ideale in quegli occhi d’ambra che non riesci in nessun modo a nascondere? Sei insaziabile. Peggio di un vampiro.”

Robert percepì la mano di Raistan premere con più decisione ai lati della trachea, mentre l’altra saliva ad afferrarlo per i capelli. Si sentì annusare, esaminare da brevissima distanza e trattenne il fiato per tutto il tempo. Poi la bocca del vampiro si posò sulla sua, e Robert aprì gli occhi di scatto.

Le labbra erano fredde come non credeva possibile, ma morbide. Indugiavano sulle sue, tentatrici. Perché faceva così? Gli aveva detto la verità. Voleva catturare la sua essenza, i suoi occhi, anche quella bocca gelida e minacciosa che adesso sembrava dolcissima. Non poteva muoversi, non poteva sfuggire. Ma ciò che gli fece serrare gli occhi sulle lacrime che scesero tra le lentiggini fu che in realtà non voleva. La stretta sulla gola gli mozzava il respiro. Schiuse le labbra, per prendere aria. Le mani che aveva lasciato abbandonate e inutili contro il corpo si mossero. E osò portarne una a contatto con la seta di quegli incredibili capelli. Il primo sguardo a quegli occhi e a quei canini non lo avevano spaventato quanto lo era adesso. Perché voleva quel bacio, ma era terrorizzato da tutto quello che sarebbe venuto dopo.

I canini di Raistan giocherellarono per un istante con il suo labbro inferiore, poi la sua lingua gli invase la bocca, gelida come tutto il resto. La presa sulla gola venne meno, ma tutto il corpo del vampiro premeva contro il suo, mentre le mani lo esploravano con un tocco esigente.

Perduto. Robert seppe di essere perduto. Si consegnò al vortice di quel bacio che era pura vertigine e chiese perdono. A Kiran, ai suoi cari, forse anche a se stesso. Era certo che la bocca del vampiro gli sarebbe scesa sulla gola e avrebbe preso ciò che voleva. Ma non lo odiava per questo. Non poteva. Lui che era sempre vissuto in contemplazione del sole, ora si arrendeva alla notte. E lo fece riempiendosi le mani dei suoi capelli, mentre gli scaldava la lingua e le labbra con le proprie. Poi, così come era iniziato, l’assalto terminò, lasciando Robert a fissare Raistan negli occhi da distanza ravvicinata, fronte contro fronte. Quelli del vampiro avevano perso un po’ del loro gelo e lo guardavano con una sorta di divertimento misto a tenerezza.

“Esame superato a pieni voti, Robert Stuart Moncliff, complimenti. Davvero un peccato non poterti gustare sul serio… fammi un favore, però. Brucia tutte le terribili etichette che ti porti in testa. Invertito, traditore… sono solo parole che altri hanno deciso di frapporre fra te e la tua felicità. Non ascoltarli. Non vivere nel rimpianto, mai. E adesso prendi i tuoi attrezzi e mostrami di che cosa sei capace. All’alba dovrò andarmene.” Gli schioccò un altro bacio sulla bocca e gli strinse la nuca in una presa affettuosa, poi lo spinse via, costringendolo a indietreggiare di alcuni passi.

Robert rischiò di inciampare nei suoi stessi piedi, ma cercò di dissimulare lo smarrimento che provava. Ad aiutarlo c’erano il cavalletto, le candele che stillavano cera dappertutto consumandosi e la notte che avanzava verso l’alba. Si guardò intorno, poi si rivolse a Ray.

“Ti dispiace se ti lascio in piedi?” Gli indicò un punto al centro di tre tavolini sui quali dispose le candele per circondarlo di luce. “Dovresti voltarti un po’ sulla tua sinistra, ecco. Così. Posso?” Gli prese il bavero della giacca nera e lo sollevò come se il vampiro, che lo guardava sornione, dovesse proteggersi dal vento. “Perfetto. E adesso non devi fare altro che restare fermo. E guardarmi.”

Tornò al cavalletto, prese il carboncino e alzò gli occhi. L’immagine che aveva davanti era magica. Accarezzato dalla luce oscillante delle candele Ray sembrava un’apparizione. Il colore dei capelli si scaldava nel riverbero delle fiammelle e perfino il marmo della sua pelle acquistava calore in contrasto col nero profondo degli abiti. Lo sguardo era tutto per lui. Un po’ sfida, un po’ irrisione, un po’ desiderio. Sulla bocca aleggiava un sorriso solo intuito. Sorrise a sua volta e cominciò a far volare il carboncino sulla carta.

Ray non aveva bisogno della sua arte per essere immortale, ma riuscire a catturare parte della sua anima sconfinata gli diede un brivido. Come avesse in mano il potere di dilatare il tempo e rendere eterna quella incredibile notte. Aveva abdicato a ogni scetticismo. Era solo in quella stanza con la prova che c’era molto altro oltre il confine ottuso della realtà percepita dagli esseri umani. Ma quella creatura immobile e splendente era stata un tempo un uomo. Desiderò che disegnarlo gli rendesse possibile conoscerlo. La sua storia, la sua solitudine, la sofferenza. Perché ce n’era tanta negli occhi che gli aveva tenuto nascosti, certo che lo avrebbero terrorizzato e respinto. Così doveva essere stato ogni volta che si era rivelato. Desiderò sapere se aveva amici, compagni. Immaginò che non fosse il solo della sua stirpe e la sua visione del mondo si fece improvvisamente diversa. Se esistevano i vampiri, allora chi poteva dire cos’altro si celasse nelle ombre della notte?

Indugiò sui capelli, per renderne la finezza e l’opulenza. Una matassa di seta che gli scendeva fino alla cintura. Si concentrò sul cartoncino mentre immaginava quegli stessi capelli giocare sui muscoli di quel corpo candido e freddo. Scacciò il pensiero e rialzò gli occhi. Il sorriso di Ray adesso era più marcato e lasciava intuire i canini.

“Non mostrerò il ritratto. Ma quelli è meglio che non li disegni”, disse.

“No. Credo di no. E non mentire. A qualcuno lo mostrerai.”

Gli strizzò l’occhio in modo così fulmineo che Robert sospettò di esserselo immaginato. “Per rispondere alle domande che aleggiano nella tua affascinante testolina… no. Non sono il solo della mia razza. Siamo parecchi, anzi, ma siamo bravi a nasconderci, come tu stesso puoi testimoniare. Nessuno vuole avere la certezza della nostra esistenza.”

Scrollò le spalle, ma lo sguardo gli si incupì. “Va bene così. Amici? Ne avevo uno, ma lui…” Robert vide la sua mascella irrigidirsi e lo sguardo farsi ancora più oscuro e tormentato. Il vampiro soffiò su una delle candele con stizza, come se non ne sopportasse la luce. “Continua il tuo lavoro.”

A Robert spiacque aver spezzato l’illusione di serenità su quel viso. Non si permise di indugiare sulla sofferenza che quella candela spenta rivelava. Un immortale era condannato a lasciarsi indietro tante vite, anche quelle più care. Non voleva che Ray gli leggesse dentro pietà. Un essere come lui era troppo oltre per accettare di suscitare un simile sentimento. Ma avrebbe voluto lenirne la sofferenza. Il carboncino si fermò tra le ombre che delineavano le labbra. Non riusciva a proseguire. Alzò il viso a cercare il suo sguardo e pensò di essere impazzito, perché gli occhi gli si riempirono di lacrime. Lacrime che percepiva come un’emanazione diretta di Ray. Ebbe l’impressione di sentire i suoi pensieri, tutto il dolore di secoli, e intravide un volto, che svanì subito. Respirò con il tremito del pianto in gola. Si morse le labbra e riprese a disegnare.

“Non sono certo di poterlo mostrare a Kiran”, disse. “Lui mi conosce e conosce quanto di me ci sia in ciò che disegno. Capirebbe. E ne soffrirebbe.”

“Deciderai quando sarà il momento. Penso di poterlo tollerare. Ma di certo non lo mostrerai alla tua bella mogliettina, vero? Potrei liberarti di lei. Proprio stasera. Se ne andrebbe in modo dolce e tu potresti vivere la tua vita. Basta una parola, Robert Stuart Moncliff” disse Raistan, scegliendo di ignorare quelle lacrime che vedeva affacciarsi nei suoi occhi. Si passò una mano fra i capelli e lo sguardo gli si fece avido e sornione allo stesso tempo. Prese una delle candele e la usò per riaccendere quella che aveva spento, come se volesse tenere l’oscurità lontana ancora per un po’.

Non stava scherzando. Robert sbatté le palpebre.

“Non è di Catherine la colpa della mia infelicità. Le catene che mi legano sono quelle che la mia famiglia, il mio mondo e io stesso abbiamo forgiato. Tu lo sai quanto siamo bravi a crearci regole, religioni, leggi. E a rimanervi invischiati.”

Posò il carboncino e uscì dal rifugio del cavalletto per avvicinarsi a lui.

“Aspetta, ti sei spostato”, disse lasciandosi scivolare una ciocca dei suoi capelli fra le dita per riportarla a tagliare con una lieve ombra lo zigomo destro.

Con una mossa fulminea, Raistan gli bloccò il braccio con una mano, facendolo trasalire. Ma non c’era minaccia nei suoi occhi, solo divertimento e l’avidità di un gatto che abbia adocchiato un topolino succoso.

“Quanta intraprendenza, ragazzino. Mi piace. Stai rischiando molto, e voglio rischiare anch’io.” Avvicinò il polso di Robert alle labbra, lo annusò e lo percorse con la lingua, poi vi affondò i canini con delicatezza, lo sguardo puntato sul viso del giovane, per cogliere la sua reazione. Ne trasse un piccolo sorso di sangue e lo trattenne in bocca per qualche istante, gustandolo, mentre un’espressione di estremo piacere gli si diffondeva sul volto, assieme a una traccia di colore.

“L’assenzio si è quasi dissolto, per fortuna, ma non oso prenderne di più. Peccato. Puoi continuare, adesso. E grazie” ridacchiò, godendosi lo sbalordimento sul viso di Robert e sorvolando sul fatto che niente del genere gli fosse stato offerto.

Il ragazzo si guardò il polso. I due fori erano perle di rubino contro la pelle chiara. Non gli aveva fatto male. Anzi. Un brivido di piacere lo aveva percorso.

“Che mi succede adesso?” chiese, portando istintivamente il polso ferito alle labbra. “E perché l’assenzio… L’hai detto anche prima, quando…” sembravi deciso a uccidermi, pensò. Ma non era vero. Ray non voleva ucciderlo. Altrimenti niente e nessuno lo avrebbe fermato. Sentì contro la lingua il sapore del proprio sangue. Dolce e salato insieme, caldo. Era di questo che viveva quella creatura.

E l’assenzio? Rivide l’istintivo ritrarsi del vampiro davanti al suo brindisi. Non oso prenderne di più. L’assenzio aveva fatto qualcosa al suo sangue. Forse solo per questo era ancora vivo. Fu un pensiero triste. Tornò dietro al cavalletto e riprese il suo lavoro. Perché solo a quello aveva diritto. Per Ray (non è il tuo nome e tu, come Kiran, non vuoi rivelarti fino in fondo) lui non era altro che un bizzarro diversivo in una notte parigina come migliaia di altre. Poche ore, poi sarebbe svanito. Ne sentì la mancanza mentre lo aveva ancora lì, angelo oscuro in un’aureola di luce. Si dedicò alle iridi giocando con le ombre per suggerire la pupilla verticale senza realmente disegnarla. Ci sarebbe stato tempo, una volta a Londra, per azzardare un ritratto a olio e mescolare sulla tavolozza blu di Prussia, bianco di zinco, un tocco di nero per rendere la sfumatura di ghiaccio e l’azzardo del carminio per quelle incredibili pagliuzze color sangue. Sarebbe stato un modo per non perderlo del tutto. Poi, assorto nei suoi pensieri, si concesse una smorfia. Si perde qualcosa che si è posseduta. E in quella stanza c’erano un predatore immortale e una porzione di cibo andata a male. Per colpa, o per merito, della fata verde tanto cara ai poeti maledetti.

“Che cosa ti succederà? Vuoi dire se diventerai come me? No, Robert, niente del genere. Non è così semplice, per vostra fortuna. Per quanto concerne l’assenzio, è una delle poche sostanze tossiche, per noi. In grande quantità può ucciderci. E per grande quantità, intendo il fondo di un bicchiere. Capirai che devo fare una certa attenzione…” Un attimo dopo, Robert lo vide barcollare e portare una mano alla gola, mentre strizzava gli occhi con aria sofferente. Il vampiro cercò a tentoni il tavolino davanti a sé e vi si appoggiò, la schiena curva, l’eco di un ansito che gli sfuggiva attraverso i denti serrati.

Robert lasciò il carboncino e si precipitò da lui. Tentò di sostenerlo, gli fece passare un braccio intorno alle proprie spalle e lo guidò a una sedia.

“Ray, mi dispiace, è colpa mia… Cosa posso fare?”

Incurante di qualsiasi prudenza gli prese il viso, gelido, tra le mani e osservò sconvolto un velo di sudore sanguigno formarglisi sulla fronte.

“Perché l’hai fatto? Il mio sangue è velenoso. Perché non mi hai impedito di prendere quel dannato assenzio?”

Era una domanda assurda. Lo sapeva.

Lo sguardo di Raistan diceva la stessa cosa. “Non pensavo di accettare, quando ti sei messo a berlo. E non è un problema tuo. Non puoi sentirti in colpa per qualunque cosa, scozzese. Non certo per le bizzarrie di qualcuno come me. Sto bene. Sto bene. Puoi anche smettere di accarezzarmi la faccia, adesso. E aiutarmi ad alzarmi. Voglio continuare. Il tempo è tiranno…”

Robert smise di toccarlo e tirò un sospiro di sollievo. Poi fece una cosa assurda quanto la domanda appena posta. Scoppiò a ridere. Una risata solo vagamente isterica. Immaginò che il vampiro non avrebbe apprezzato. Ma non riuscì a fermarsi e fu costretto a piegarsi in due come aveva fatto Ray poco prima.

“Oddio, scusa! Non lo so. È che ho avuto paura e…”, si impose di respirare e ritrovare la calma. “Sono contento che tu stia bene. Non avrei mai potuto perdonarmi di aver causato la morte di un immortale.” Il concetto gli suonò talmente assurdo da farlo tornare a ridere. “Scusa. Devo essere impazzito.”

Raistan lo stava fissando a braccia incrociate, un vago sorriso sulle labbra.

Il malessere, quel senso di torpore estremo che l’assenzio causava, unito a spasmi dei muscoli che nei casi più gravi portavano alla paralisi completa, si stava ritirando come un’onda dalla spiaggia.

“Sei molto bello quando ridi, Robert. Avrei dovuto farmi avvelenare prima, visto l’effetto piacevole che ha provocato in te. Ma tra poco sarai di nuovo triste. E insoddisfatto. E adirato con me, perché reputi la mia estrema riservatezza nei tuoi confronti un affronto. Lascia che ti mostri una cosa, allora. Forse comprenderai il perché di tanta ritrosia.”

Facendo forza con le mani sul tavolino davanti a sé, Raistan si alzò, poi, senza dire una parola, prese a spogliarsi. Prima la giacca, poi il gilet, per ultima la camicia di seta nera, gli occhi fissi in quelli sgranati dell’umano. Infine si voltò e scostò i capelli, per permettere a Robert di osservargli la schiena, il reticolo infinito di cicatrici più o meno in rilievo che gliela solcavano dalle spalle in giù, fino all’orlo dei pantaloni, le tre E incise in profondità fra le scapole. “Questo succede quando la nostra esistenza diventa palese. E fuoco, e scherno e disprezzo e morte. Dimmi, umano, tu saresti così ansioso di rivelarti al membro di una razza che ti considera un essere immondo da sterminare?”

Robert era sconvolto. Si sentì come quando gli allievi dell’ultimo anno della George Heriot’s School avevano quasi linciato Kiran. L’offesa alla bellezza lo feriva in profondità. Alzò la mano, tentato di sfiorare quello scempio che, comunque, nulla toglieva all’armonia di quel corpo. Non lo fece. Lasciò che il vampiro si voltasse a guardarlo.

“Hanno paura di tutto ciò che non capiscono. Ma non siamo tutti uguali. Io… Io non ti farei mai del male.” Un’altra assurdità, ma stavolta non rise. “Di me puoi fidarti.” Lo guardava negli occhi per non perdersi nella contemplazione del torace nudo. Anche lì cicatrici, non fitte come quelle sulla schiena, ma presenti a raccontare di battaglie. Quali armi mai potevano ferirlo? Se era immortale, come poteva essere anche vulnerabile? Scosse la testa per scacciare le domande. Sapeva che lo avrebbero infastidito.

Raistan gli prese una mano e se l’appoggiò sul torace, proprio al centro, dove albergava un silenzio assordante avvolto dalla pelle gelida, poi allungò la propria e la posò sul petto di Robert, nella stessa posizione, fissandolo con uno sguardo malinconico, appena spezzato da un vago sorriso. Non sapeva nemmeno lui perché. Interruppe presto quel contatto e cominciò a rivestirsi, gli occhi bassi, nascosti dietro la cortina serica dei capelli. Quel piccolo bastardo lo faceva sentire in un modo che non gli piaceva. Quasi umano. Non andava bene.

“Gli antichi Egizi credevano che la sede dell’anima fosse il fegato”, disse Robert, senza osare il minimo gesto. “E chissà da quante altre parti l’hanno posta i popoli che si sono avvicendati su questa terra. La tua vita è diversa dalla mia, ma tu esisti. Non conta il gelo della tua pelle o il silenzio del tuo cuore. Esisti. E io sono fortunato ad averti incontrato.”

Aveva paura. Di sbagliare. Gli si fece più vicino, ostacolandolo mentre riprendeva la giacca dalle spalline irte di punte metalliche. A ostacolarlo c’erano tutti i suoi vent’anni di vita in un contesto che condannava chi agiva d’istinto. C’erano i sensi di colpa, tanti e giganteschi. C’era la paura, perché Ray poteva non capire. Ma alzò la mano, con lentezza, gliela passò dietro la nuca e lo convinse a chinarsi quel tanto da permettergli di arrivare alle sue labbra. Le trovò fredde ed esitanti.

Raistan non rispose al bacio. Piazzò anzi una mano sul petto di Robert, proprio come aveva fatto pochi minuti prima, e lo spinse via con rabbia.

“Non farlo. Non osare provare pietà per me. Prova paura. Sai quante persone ho ucciso? Sai a quante donne ho usato violenza? Sai quanti uomini ho straziato nella maniera più orribile, solo perché non mi era piaciuto come mi stavano guardando? Sentimi. Senti la mia vera essenza. Guarda il mio vero volto. Stai danzando con la morte, lonely boy.” Si acquattò come se fosse sul punto di attaccarlo, le labbra stirate in una smorfia terrificante, con un ringhio animalesco che gli si arrampicava su per la gola, mentre una brezza gelida e misteriosa faceva oscillare le fiammelle delle candele.

Robert indietreggiò, inciampò, cadde. Fissò la belva che aveva davanti, incredulo.

“Non è pietà. Non potrebbe mai essere pietà”, disse alzando le mani in un’inutile difesa. “Leggimi dentro, guardami. Non è pietà!”

Quel ringhio gli vibrava contro, spaventoso. Aveva danzato con la morte. E aveva perso il passo. Era alla sua mercé, totale. Ma il vero volto del vampiro non era diverso da quello che aveva tratteggiato sul cartoncino. Una tigre che ruggisce non è meno bella di quella che fissa il mondo con pupille piene di mistero. Questo pensò mentre lo vedeva scattare. Pregò solo che non decidesse di farlo soffrire, prima.

Si ritrovò sovrastato dal vampiro, le sue mani gelide a inchiodargli i polsi sul pavimento polveroso e il viso contorto nella ferocia a poche spanne dal proprio. Per la prima volta percepì anche il suo odore, uno strano aroma che lo fece pensare a boschi ombrosi e umidi. E poi quel verso spaventoso, accompagnato dal baluginare dei canini sguainati. I capelli di Raistan gli piovevano sul viso, solleticandolo, ma a malapena si accorse di quando, con uno scatto nervoso della testa, l’olandese li gettò da una parte.

“Pensi ancora di essere fortunato ad avermi incontrato, ragazzo?” gli chiese, la voce arrochita dalla rabbia. Poi, senza alcun preavviso, si abbassò sulla sua bocca e ne prese possesso con un bacio esigente, scalfendogli le labbra con le zanne affilate e leccando via le gocce scarlatte che vi si formarono. Lo sentì trasalire e gemere sotto di sé, ma non si fermò. Non voleva. Gli aprì il gilet e la camicia con un unico strappo, che fece saltare in tutte le direzioni i bottoni di madreperla, poi scese a percorrergli il collo e il torace con la lingua e con i denti, tormentandogli i capezzoli e godendo della sua reazione, del suo inarcarsi per aumentare la vicinanza, delle mani affondate nei suoi capelli. Si sollevò sulle ginocchia a cavalcioni del corpo di Robert e prese a sbottonargli con lentezza i pantaloni. Lo sentì tremare. Sorrise. Fece scivolare una mano all’interno e il suo sorriso si fece ancora più ampio mentre si allungava al fianco dell’uomo che era stato sul punto di uccidere e che adesso voleva fare proprio. Lasciò che le mani di Robert gli accarezzassero la schiena sotto la camicia aperta e lo attirò più vicino, godendo del meraviglioso calore del suo corpo.

Tremava Robert, non riusciva a smettere. Il conflitto tra desiderio e paura, tra rimorso e rimpianto lo stava lacerando come neanche le zanne del vampiro avrebbero saputo. Alzò gli occhi in quelli di Ray e vi si perse in una muta richiesta. Era lui a cercare pietà, comprensione, perdono. Ed era certo di non trovarli. Il vampiro era all’estremo opposto di Kiran. Freddo contro caldo, pelle candida contro pelle d’ambra, ferocia e minaccia contro la dolcezza infinita che Lord Lennox aveva saputo conservare nonostante gli orrori subiti. Non aveva difesa, Robert, e non ne cercava. Se quella splendida statua che aveva accanto e che continuava a carezzare avesse deciso di prendere tutto quello che poteva offrirgli, non lo avrebbe respinto. Non voleva respingerlo. Ma all’alba avrebbe fatto i conti con la realtà. Non aveva mai mentito a Kiran. E avrebbe continuato a essere sincero. Glielo doveva. A costo di perderlo. A costo di perdersi.

Raistan si sollevò su un gomito, fissando Robert con espressione ineffabile. Aveva percepito ogni pensiero del ragazzo, trattenendo un sorriso. La furia che lo aveva portato ad atterrarlo, a dominarlo in quella maniera totalizzante, era stata sostituita dalla malinconia che raramente lo abbandonava. Eppure c’era stato un momento, in quella folle nottata, in cui si era sentito sereno, grazie a quel coraggioso giovane, sempre così ansioso di fare la cosa giusta. Rovinare il ricordo di sé nella sua mente, o peggio, cancellarlo, non era quello che desiderava e nemmeno quello che lui meritava. Era stato uno dei pochi a non respingerlo. Anzi, lo aveva fatto sentire speciale, anche se non credeva nella sua capacità di provare compassione per qualcuno. Non era molto distante dalla realtà, purtroppo. Gli scompigliò i capelli con la mano libera, poi si alzò da terra con mossa fulminea e prese a ricomporsi, voltandogli le spalle.

“Se non sbaglio, c’è un lavoro da finire, e mancano meno di due ore all’alba. Vogliamo continuare?”

Riprese il proprio posto all’interno del cerchio di candele, si riavviò i capelli con una mano e attese.

Robert si sollevò, incredulo. Impossibile riabbottonare camicia e gilet, ma riuscì a chiudere i pantaloni. Lo aveva graziato. Avrebbe potuto fare di lui qualsiasi cosa, e invece si limitava a pretendere che finisse il ritratto. Un sorriso gli fiorì sulle labbra ferite dai canini aguzzi. Non era sicuro che lo stesse ascoltando. Che percepisse ogni suo pensiero per come lo formava. Ma lo fece. Lo sguardo a quella figura circondata di luce, formulò senza un suono parole che venivano dalla parte più profonda del suo spirito e passarono dagli occhi. Non importa se non saprò mai il tuo nome. E non importa se vivrò il tempo di un battito di ciglia rispetto alla tua vita immortale. Ma questa notte resterà per sempre con me, insieme alla tua immagine e alla tua grande anima.

Poi sbatté gli occhi per ricacciare indietro le lacrime di quel tempo sospeso e si rimise a lavoro. Non mancava molto. E quella consapevolezza rallentò il cammino del gessetto avorio per esaltare i punti di luce del ritratto. Non voleva finisse. Fosse dipeso da lui, l’alba sarebbe rimasta una promessa mai mantenuta.

Il silenzio nella grande stanza era rotto soltanto da uno sgocciolio, forse di una grondaia difettosa, e dallo sfregare delicato del carboncino sul foglio. Raistan pareva sprofondato in uno stato ipnotico e non muoveva un solo muscolo da quasi un’ora, né batteva le palpebre. Adesso sì che sembrava una statua, pensò Robert. A un tratto però lo vide voltarsi lentamente verso la grande vetrata che si affacciava sulla piazza, e solo in quel momento si accorse che la qualità della luce esterna era cambiata, facendosi più lattiginosa e livida.

“Come sta andando, lonely boy? Tra poco dovremo separarci… non posso permettermi di farmi sorprendere dalla luce all’aperto.”

Quella notizia, che sapeva sarebbe arrivata, prostrò Robert.

Si sforzò di non mostrarlo.

“Sta andando bene, gli ultimi ritocchi.”

Lavorò ancora qualche minuto.

“Che succede se non ti piace?”, chiese continuando a muovere le dita sul cartoncino, gli occhi intenti resi arrossati dalla nottata in bianco.

“Ti ucciderò, naturalmente” rispose il vampiro con la massima naturalezza, fissandolo con sguardo neutro. Nel vedere i suoi occhi sgranarsi e nel notare il suo trasalimento, però, non resistette e scoppiò a ridere, la prima vera risata che si fosse concesso in quella strana notte. Era un suono pieno e un po’ cavernoso, ma nel farlo lo sguardo gli si illuminò e Robert poté intravedere l’uomo che doveva essere stato prima di diventare quello che era. Bellissimo, anche allora. E di sicuro meno solo.

Si unì alla risata.

“Se avessi avuto problemi di cuore, questa notte mi avresti ucciso una decina di volte”, commentò mentre si allontanava di un passo dal cartoncino. E smise di ridere. Rimase a guardare quanto aveva fatto in quelle ore volate troppo in fretta e Raistan vide i suoi occhi acquistare la luce di due laghi alle prime luci di un’alba lontana. Un’alba liquida di nebbie. Un’alba olandese di acque limpide come quelle iridi all’improvviso tanto grandi da poterlo contenere, accogliere. E annegare. Robert non si accorse di quello sguardo. Tornò vicino al cavalletto e con un movimento un po’ teatrale, quasi da illusionista, lo voltò nella sua direzione. La luce delle candele rese d’oro la vecchia carta sulla quale l’arte di un giovane scozzese dalle mille lentiggini aveva saputo aprire una porta. E vederlo come nessuno mai prima.

Raistan rimase immobile, in un primo tempo, lo sguardo fisso sul foglio, poi si avvicinò lentamente, con espressione indecifrabile. Se non avesse saputo chi e cos’era, Robert lo avrebbe definito intimidito.

“È l’unica immagine esistente di me, lo sai? Noi vampiri non ci facciamo mai ritrarre. Troppo compromettente. I dipinti sono la testimonianza materiale che il nostro aspetto non cambia, di anno in anno, di secolo in secolo. Se il capo del mio Clan lo sapesse, mi farebbe uccidere all’istante. Lo conserverai, vero? A casa tua. Almeno qualcuno saprà…” abbassò lo sguardo e la voce, nel terminare la frase, “…che ci sono stato. Grazie, Robert Stuart Moncliff. A proposito, il mio nome è Raistan. Raistan Van Hoeck.” Gli rivolse un inchino compito, poi gli strizzò un occhio.

Stava per andare via. Oltre i vetri il cielo aveva una venatura di perla lungo l’orizzonte. Robert rispose all’inchino.

“Raistan Van Hoeck”, mormorò, come assaporando quel nome. “Raistan. È bello. Ti si addice.” Si schiarì la voce per trovare la forza di continuare. “Hai la mia parola, Raistan. Custodirò questo ritratto tra le mie cose più care, quelle cui non rinuncerei per niente al mondo. E custodirò te. Sono io che ti ringrazio. I nostri mondi sono distanti, ma non sono inconciliabili e io, a costo di farti arrabbiare ancora una volta, mi permetto di sperare di vederti ancora. Non so quando, non so come. Tu sarai ancora così, giovane e diffidente. Ma per quanto gli anni potranno aver infierito su di me, so che mi riconoscerai. E mi consentirai di rivedermi attraverso i tuoi occhi. Perché, sai, nessuno ritrae mai un pittore. Ma se quel pittore è bravo, riesce a scorgersi nell’emozione di chi osserva il suo lavoro.”

Guardò ancora la vetrata. Il bordo di madreperla cresceva a oriente.

“Devi andare.”

“Anche tu. E stai pur certo che non ti dimenticherò. Non lo faccio mai, ma se ne vanno sempre tutti. Stammi bene, biondino, e prenditi quello che ti spetta.”

Un altro inchino, poi il vampiro sfrecciò via come un’ombra, lasciando la porta aperta dietro di sé, e Robert da solo alla luce fioca delle candele.

Sono un idiota. Sono passati tre giorni da quella notte e ci sto ancora pensando. Non ho voglia di fare niente, nemmeno di uscire di casa per procurarmi il cibo. Me ne sto qui, alla finestra, a osservare il mondo che mi sfila davanti, quel mondo di cui non faccio più parte – di cui forse non ho mai fatto parte – e nego anche a me stesso che sto sperando di veder passare lo scozzese. Avrei dovuto ucciderlo e prendergli il disegno, per poi bruciarlo. Ma prima lo avrei guardato ancora una volta. Non è così che mi vedo allo specchio, le rare volte in cui mi ci rifletto. Lui mi ha donato qualcosa che non ho. O forse è solo invisibile ai miei occhi, non lo so. Forse ho visto talmente tante brutture e violenza, che non sono più in grado di riconoscere la bellezza quando me la trovo davanti. Ma in lui l’ho vista, per quello non ho potuto fare le cose che ho detto. Ieri sera mi sono appostato davanti al suo albergo, nascondendomi in un vicolo e celando i capelli sotto il cappuccio del mantello. Ho atteso che uscisse e quando è accaduto… non ho fatto niente. Sono restato a guardare mentre si allontanava, poi me ne sono tornato a casa senza neanche seguirlo. Avevo paura. Paura di spezzare l’incantesimo di quella notte e di vedere uno sguardo diverso nei suoi occhi, quando mi avesse visto. Mi piaceva come mi guardava.

Basta pensarci. Se n’è andato. Se ne vanno sempre tutti, alla fine. Solo io resto qua, a contemplare le rovine del mio mondo.

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Io non volevo andarmene, RVH. Lo scrivo qui, sul mio diario, perché non posso dirtelo. Non ti ho più visto. Nei giorni che si avvicendarono dopo quella magica notte, ti ho cercato. Ma niente di te sembrava reale. Se non ci fosse stato il ritratto, mi sarei convinto di aver sognato in preda alle nebbie malevole dell’assenzio. Malevole, sì. Perché non avrei mai voluto perderti. Sperai che il segno del tuo morso sul mio polso restasse. Ma sei stato delicato, nessuna cicatrice.

Non volevo essere come tutti gli altri. Non volevo lasciarti solo. Adesso sono a Londra. Sposato con una donna e amante dell’uomo più bello e chiacchierato dell’intero Regno Unito. Indosso una maschera, almeno finché non riesco a ritagliarmi del tempo con Kiran. Lui ha capito, sai? Ha capito che è successo qualcosa a Parigi. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con Catherine e la nostra luna di miele. Ci ho pensato a lungo, se mostrargli o no il tuo ritratto. Io non gli ho mai nascosto niente. Kiran è la persona più importante della mia vita. Tu quella notte dicesti che non riuscivo a nasconderti quegli occhi d’ambra. Per un attimo sei sembrato geloso di quella bellezza che gareggiava, nella mia mente, con la tua.

È vero. È sempre stato con me e sempre lo sarà. Ma non quella notte. Quella notte eravamo io e te. Per questo non gliel’ho fatto vedere. Avrebbe compreso, Ray. E avrebbe sofferto. Perché, vedi, creatura della notte dai capelli d’alba, io ti amo. E ogni giorno rivolgo un pensiero alla tua vita senza fine e mi permetto di sperare. Che guardando quel ritratto che adesso è custodito insieme alle mie cose più preziose, tu l’abbia capito.

E creduto.

5 Comments
  1. Claudia

    Claudia
    (lunedì, 26 dicembre 2016 22:37)
    Poetico. Erotico. Dolce. Commovente. Ho adorato questo racconto, forse perché sento a me affine lo spirito artistico e malinconico di Robert e un po’ anche la sua insoddisfazione nel dover rivestire un ruolo borghese che non lo rappresenta e da cui Raistan rappresenta anche se solo per una notte una selvaggia via di fuga. Un bizzarro incontro imprevisto con una creatura immortale, che per un attimo gli permette di toccare con mano quella bellezza eterea e soprannaturale ma anche teneramente umana a cui da sempre anela.
    E per Raistan non è forse lo stesso? Quando dice “Lui mi ha donato qualcosa che non ho. O forse è solo invisibile ai miei occhi, non lo so. Forse ho visto talmente tante brutture e violenza, che non sono più in grado di riconoscere la bellezza quando me la trovo davanti” non è forse, a parlare, la parte di Raistan che non disprezza affatto la natura umana – almeno quando questa gli si presenta al suo meglio – ma ne è anzi incomprensibilmente, nostalgicamente attratto?
    La fugacità e l’irripetibilità di questo incontro sono talmente struggenti che non ho potuto evitare di immaginarmi il Raistan del presente imbattersi per caso, durante un viaggio in Scozia, nel ritratto eseguito un secolo e mezzo fa da quel giovane che non avrebbe mai più rivisto, e il suo cuore immortale si stringe appena.

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