Quello che il diario non dice #2

Un lontano Natale a scuola

natale-vittorianoKiran si liberò con delicatezza della presa sul braccio e si calcò il cappello in testa. Un passo ancora e sarebbe stato fuori.

Robert non esitò oltre.

«Resta.»

Assaporò lo stupore su quel viso che avrebbe saputo disegnare anche a occhi chiusi.

«Sono io a chiedertelo. Non Alvena. Passa le feste con noi al castello e poi torna con me qui, alla George Heriot. Faticherai ad accettare la disciplina, ti farai odiare dal preside Gilmour e dal signor Harris. Ma c’è la neve. E ci sono io.»

(dal Diario Vittoriano)

 

Quella di Robert fu una facile profezia. Non ero fatto per le regole, non lo sono mai stato. E mi feci odiare. Non solo dal preside e dagli studenti dell’ultimo anno, incaricati di vigilare sulle attività degli allievi più giovani. Ero un elemento estraneo per la George Heriot’s School e non feci mai nulla per amalgamarmi. Dopo l’aggressione subita nel gennaio del 1882, l’intervento del Royal Servant John Brown, l’arrivo di Bappa nel ruolo di mia guardia del corpo, fu chiaro a tutti, a partire dal preside Gilmour, che ci sarebbero state delle deroghe al rigido regolamento del più prestigioso istituto scozzese. Accettai di indossare la divisa, non di tagliare i capelli o di privarmi dell’anello di mio padre. Nessuno lo avrebbe mai ammesso, ma quelle piccole eccezioni nulla toglievano alla realtà: ero uno degli allievi migliori. Studiare mi piaceva e avevo anni da recuperare. Leggevo di tutto e imparavo senza difficoltà. Nessuno dei docenti, mai, mi concesse una qualche indulgenza, né io ne chiesi. Affrontai ogni prova, ogni interrogazione, ogni compito scritto con le mie sole forze. E ne uscii sempre vincitore. Ma non bastava. Il preside mi punì tutte le volte che poté. Pochi minuti di ritardo. Un accenno di reazione davanti all’arroganza degli studenti più grandi. Perfino un suggerimento a un compagno in difficoltà. Ma gli anni passarono e arrivò il momento in cui fui io lo studente più grande. Avevo sedici anni e, a parte Robert, neanche un amico. L’intero istituto si era fatto un dovere di isolarmi. Ero stato costretto a evitare gli sport di squadra, perché nessun capitano mi accettava. E negli sport individuali, dove eccellevo, era una sfida continua. Mi odiavano, mi temevano, mi calunniavano. Non potevano far altro. Il preside avrebbe volentieri approfittato di un pretesto per potermi espellere. Ma dopo quanto era successo a coloro che mi avevano aggredito e picchiato durante il mio primo anno alla George Heriot, nessuno aveva il coraggio di mettere veramente in pericolo la mia permanenza nella scuola. Quindi…

Avevo sedici anni e nessuna voglia di esercitare quella forma di sopraffazione che sembrava far parte degli insegnamenti impartiti dall’istituto. Allievo più grande contro allievi più piccoli. Un sottoufficiale messo lì a tiranneggiare le reclute. Fu Robert a convincermi che avrei potuto fare la differenza per quei ragazzini alle prese con la prima vera prova della loro vita. E, ancora una volta, ebbe ragione. Era il dicembre del 1884, si avvicinavano le vacanze di Natale. Edimburgo era una regina cinta di ermellino e io amavo percorrere i viali della scuola resi fiabeschi dalla neve caduta in abbondanza. Lo feci quel giorno, nel passaggio da una lezione e l’altra. Solo. L’indirizzo di studi di Robert privilegiava la parte artistica. Il mio quella dedicata alle materie umanistiche. Ormai ci incontravamo quasi esclusivamente la sera, a cena, per poi ritirarci nel nostro alloggio. Era bello raccontarci la giornata. Lui si era fatto benvolere, nonostante me. Robert è luce, difficile non apprezzarlo. Poi era uno sportivo in gamba, eccelleva sia nel cricket che nel football. Aveva una cerchia di amici, lui. Sempre tante cose da raccontare. E da scrivere nel suo diario. Sto perdendo il filo, lo so. Ma vi ho avvertiti che quello bravo con le parole non sono io.

Ero solo quel pomeriggio di neve in prossimità del Natale. Percorrevo il vialetto che costeggiava il portico lungo l’edificio degli alloggi. Avrei potuto tenermi al riparo di quelle volte. Ma il cielo spolverava neve come una pasticcera lo zucchero su un dolce e mi piaceva sentire quei cristalli leggeri posarsi sui capelli. Li portavo legati e  non era comunque sufficiente a risparmiarmi commenti malevoli. Il mormorio ai miei danni mi accompagnava quasi costantemente. Ero abituato. Ma quel pomeriggio mi stupì sentire delle voci infantili bisbigliare alle mie spalle. Si tenevano all’ombra delle colonne del porticato e procedevano quasi di pari passo a me. Non ebbi bisogno di tendere l’orecchio per capire cosa stava accadendo. Erano allievi del primo anno. Bambini a tutti gli effetti. Ma questo non li rendeva esenti dalle regole non scritte della George Heriot. Prima fra tutte scagliarsi contro il più debole. O contro chi non si sottometteva al sentire comune. Mi temevano, molto. Ma avevano capito che, per quanto esotico e pericoloso fossi, ero pur sempre isolato rispetto a tutti gli altri studenti. Perfetto per quell’insulsa consuetudine di sottoporre i più deboli a prove iniziatiche di vario grado di stupidità. Confesso che ero curioso di scoprire di cosa sarei stato protagonista quel giorno. Ero pronto. La palla di neve mi colpì contro la nuca. Un tiro forte e preciso. Mi voltai e parai l’arrivo della seconda con la cartella che portavo sotto il braccio. Il lanciatore aveva di certo un futuro nel cricket, ma in quel momento era paralizzato al centro del sentiero. Da sotto il portico giungevano risate e bisbigli, poi uno scalpiccio di passi in fuga. Il ragazzino che mi aveva colpito decise di imitarli. Non credo fossero quelli i patti per la sua iniziazione. Gli diedi un po’ di vantaggio, poi lo rincorsi, lo raggiunsi e lo afferrai nel giro di pochi passi. Un bambino del primo anno, il respiro affrettato che gli usciva in nuvolette dalle labbra, chiazze rosse sulle guance pallide e il terrore negli occhi. Lo conoscevo. Li conoscevo tutti in realtà, ma lui, Philip Ross, figlio del visconte di Stormont, aveva attratto la mia attenzione.

Vittima predestinata. Sono bravo a leggere le persone e a capire anche quello che non vorrebbero mostrare. Philip Ross era più piccolo della media, gracile senza per questo essere magro, ordinario nei lineamenti e con il collo troppo breve sulle spalle strette. Avevo scoperto che lanciava bene, ma nello sport era impacciato almeno quanto nell’eloquio. Arrossiva per un nonnulla e sembrava vivere nell’ansia di tenersi all’ombra di qualcosa o di qualcuno. Vittima predestinata, appunto.

Lo scalpiccio dei passi in fuga si era arrestato senza sfumare nella lontananza. I suoi compagni erano rimasti per godersi la scena. E per vedere se tenevo fede alla mia fama di crudeltà. Philip sembrava preda di un attacco d’asma. Boccheggiava e si sforzava di fissare tutto tranne me.

«Sapete cosa vi aspetta per aver mancato di rispetto a un prefetto, signor Ross?»

Si sforzò di annuire. Gli occhi a saettare intorno.

«Avete qualcosa da dire a vostra discolpa, signor Ross?»

Scosse la testa.

«Avete perso la facoltà di parlare, oltre quella di rispettare le regole?»

Deglutì. Lo tenevo per un braccio e ne percepivo il tremito.

«No, signore.»

Fu solo un mormorio indistinto. Aumentai la pressione sul braccio.

«Non ho sentito.»

«N-no signore. Non ho giu-giustificazioni, signore.»

«Quindi siete pronto per la vostra dose di bastone. Bene.»

Era tutt’altro che pronto. Due grosse, limpide lacrime gli si formarono all’angolo degli occhi per poi tracimare e scivolare sulle guance chiazzate di freddo e timore. Non manifestai alcuna pietà e me lo trascinai dietro quasi di peso. Pochi passi e fummo nel portico. La pietra del pavimento rendeva impossibile ai precoci aguzzini di Philip muoversi senza farsi sentire. Ci seguirono. Sfilammo davanti a uno dei molti alberi di Natale che spandevano odore di resina e chiazze di luce baluginante. Salimmo la rampa di scale che conduceva alla sala dei prefetti. Varcammo l’ampia porta che provvidi a chiudermi alle spalle un attimo prima che i nostri inseguitori vi si affollassero dietro, in ascolto. Crudeli. Era quello che si pretendeva da loro. Da tutti noi. Cattiveria, sopraffazione. Una selezione naturale ben più feroce di quella teorizzata da Charles Darwin. I deboli dovevano soccombere. Era ciò che si aspettavano quei ragazzini. Umiliazione. Il piccolo Philip Ross piagnucolante mentre quel demonio mezzosangue di Lord Lennox infieriva su di lui. Lo lasciai e mi diressi al pannello dei bastoni da punizione. Flessibili, resistenti, temibili. Ne ero stato vittima più volte in quegli anni. E più di un prefetto aveva versato sudore nel tentativo di strapparmi un lamento mentre mi sferzava il fondoschiena. Non mi ero seduto per giorni, ma la soddisfazione di piangere o gridare non l’avevo mai concessa. Mi munii di una di quelle armi e tornai da Philip. La sua faccia era una maschera di paura, lacrime e muco. Gli tremava il mento mentre tentava di trattenere i singhiozzi, gli occhi di un coniglietto spaurito davanti alle fauci di un lupo. Estrassi il fazzoletto dalla tasca e glielo porsi. Ma fui costretto a insistere per farglielo prendere.

«In considerazione della vostra impudenza, sei nerbate sono una punizione fin troppo indulgente. Ne convenite?»

Si teneva il fazzoletto contro la bocca e si sforzò di annuire.

«Rispondete, signor Ross, o le nerbate diventeranno otto.»

«S-sì signore», mormorò.

«Fuori la voce, signor Ross!»

Sussultò. Le lacrime ormai erano un fiume in piena.

«Sissignore», scandì.

Lo guardai costringendolo a concentrarsi su di me. Mi portai un dito alle labbra, invitandolo al silenzio, poi gli strizzai l’occhio. Lo stupore gli si allargò sul volto insieme alla diffidenza.

«Bene, signor Ross. E adesso giù le brache e afferratevi le caviglie.»

Terrore negli occhi di Philip. La morte di qualsiasi bisbiglio oltre la porta. Giù le brache era l’equivalente della pena capitale: umiliazione assoluta e dolore all’ennesima potenza. Lasciai scorrere qualche secondo, continuando a intimare il silenzio al condannato. Poi afferrai uno sgabello dalla seduta in cuoio e fu contro quella che vibrai il primo colpo. Lo schiocco del bastone echeggiò come uno sparo e fece sussultare Philip.

«Mi compiaccio, signor Ross», dissi a voce alta, perché il pubblico oltre la porta sentisse con chiarezza. Poi lasciai andare il secondo colpo e il terzo e il quarto.

«Sicuro di non voler chiedere clemenza, signor Ross?»

Philip non piangeva più. Mi fissava.

«No signore», rispose con voce ferma.

Gli sorrisi e lo vidi arrossire.

«Come preferite.»

Il quinto colpo lo infersi con tale forza che mi vibrò il polso. Lo schiocco fu tale da strappare un lamento perfettamente udibile da uno dei ragazzini oltre la porta. Philip sogghignò.

«Ultima nerbata, signor Ross. Non deludetemi ora.»

Lasciai andare il colpo e, subito dopo, lo sgabello. Succedeva, durante quella barbarie, che il punito perdesse l’equilibrio e crollasse a terra. A me era successo. Oltre la porta voci, bisbigli spaventati, passi veloci in fuga lungo le scale.

Prova superata.

Misi a posto il bastone, poi andai a controllare che il corridoio fosse deserto. Lo era. Richiusi lo spiraglio e mi volsi a Philip. Che era rimasto in piedi a fissare lo sgabello rovesciato. Se ne distolse solo quando tornai presso di lui. C’erano mille domande nei suoi occhi. Sollevai lo sgabello e vi sedetti per essere alla sua altezza.

«Se volete che il nostro piccolo trucco funzioni, nei prossimi giorni dovrete comportarvi come se vi fosse difficile camminare e impossibile sedervi. Pensate di potercela fare?»

Annuì con convinzione.

«Nessuno dei piccoli vigliacchi che vi hanno mandato a provocarmi avrebbe potuto sopportare quelle nerbate senza gridare, piangere e implorare pietà. Da questo momento in poi vi tratteranno con rispetto e vorranno esservi amici. Starà a voi decidere se ne siano degni, visto quello che vi hanno imposto di fare.»

Attesi qualche istante, poi mi alzai.

«Potete andare, signor Ross.»

Annuì di nuovo, voltò le spalle, percorse qualche passo. Tornò indietro per riconsegnarmi il fazzoletto, ridotto un involto umido nel suo pugno.

«Potete tenerlo.»

Ancora quel gesto della testa, così automatico da sembrare inconsapevole. Ancora qualche passo e il dietro-front.

«Cosa c’è, ancora?»

«M-mi hanno detto che siete c-cattivo, signore. C-che avete f-fatto spargere s-sangue sulle porte degli a-allievi e c-che poi s-sono successe c-cose brutte…»

Era vero. Non commentai. Philip sembrava in grande difficoltà, ma non sembrava intenzionato a demordere. La balbuzie accentuata dal timore.

«P-posso c-chiedervi perché m-mi avete a-aiutato?»

Mi guardai le mani, rigirando l’anello di mio padre intorno all’anulare.

«Non siete inferiore a loro, signor Ross. Non siete inferiore a nessuno. Non permettete che vi costringano a crederlo. Non è l’altezza, la forza, la bellezza, l’eloquio forbito a fare di noi delle persone degne di stare al mondo. È ciò che avete nella testa e nel cuore. È la capacità di rispettare gli altri. Crescerete, signor Ross, prenderete il vostro posto prima in questa scuola, poi nel mondo. Ci sarà un momento in cui sarete voi a brandire un bastone e a dover decidere se contano più le regole, le convenzioni o gli esseri umani. Spero che quel giorno ricorderete cosa è successo oggi. E che imparerete a non prestare mai orecchio ai giudizi degli altri prima di esservene creati dei vostri. Andate, ora. Passi lenti e sofferti, impossibile sedervi.»

Tornai a strizzargli l’occhio e un sorriso gli fiorì sulle labbra, insieme al rossore che gli accese le guance.

«Grazie signore.»

Fui io ad annuire.

«È stato un piacere, signor Ross.»

Non diventammo mai amici. Ma ho saputo, nei momenti più bui della mia esistenza, che quella di Philip Ross, visconte di Stormont, fu una delle poche voci a levarsi in difesa di Lord Kiran di Lennox.

 

 

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