Lord Kiran di Lennox, I presume…

Ricordate dove ci eravamo lasciati? 

Ero infagottata in un assurdo vestito tutto balze, riuscivo a stento a respirare e avevo fatto una bellissima chiacchierata con Robert Stuart Moncliff in un sontuoso salotto in stile vittoriano. Ora sono nello stesso luogo e mi sono appena ripresa dall’emozione di aver incontrato uno dei miei personaggi preferiti quando lui, proprio lui, l’affascinante Conte di Lennox, fa il suo ingresso nella stanza. E io vado istantaneamente nel pallone. 

Ho rubato un’altra sigaretta dal contenitore d’argento, nel frattempo, e la sto fumando a boccate non troppo profonde visto che ognuna è una coltellata in gola; quando i nostri occhi si incontrano, il fumo decide di andarsene per i cavoli propri e prende la via sbagliata, provocandomi un accesso di tosse davvero poco elegante. Gli occhi mi lacrimano e per qualche istante non riesco a far niente tranne che ragliare come un somaro, mentre Lord Lennox, che si è bloccato poco oltre la porta, mi guarda perplesso.

“State bene, madame?” mi chiede con voce morbida e un accento del tutto diverso da quello del suo compagno.

“Sì… grazie…” rantolo, cercando di riprendere il controllo sui miei bronchi. E quando succede lo posso finalmente guardare. Mi si è avvicinato e mi cerca la mano per sfiorarmela con le labbra – Gesù, che labbra! – e stavolta non mi faccio cogliere impreparata come ho fatto con Moncliff. Gliela porgo nel modo giusto e riesco anche a sorridergli, anche se il contatto con la sua, di mano, mi trasmette un brivido. Sono contenta che gli esseri umani non possano leggere nel pensiero. Quello che ho in mente in questi momenti sarebbe da censura e da manicomio insieme. Questo, signori, è uno degli uomini più belli e affascinanti che abbia mai visto in tutta la mia vita. Non molto alto, questo no, sul metro e ottanta scarso, e molto più esile di Robert, ma comunque… perfetto. Perfetta la forma del volto, con quegli zigomi alti; perfetta la carnagione ambrata e vellutata – detto da una che adora i biondi non è poco, vi assicuro – strepitosi i capelli, come un’onda di luce nera dai riflessi bluastri che gli scivola sul torace. E poi ci sono gli occhi. Voi non avete idea. Cioè, se avete letto il libro l’avete, ma vederli è un’altra cosa. È come se contenessero una fiamma dorata sotto iridi trasparenti e brillassero di luce propria. Faccio seriamente fatica a reggerne il peso, forse perché la sua espressione non è amichevole come quella di Robert, ma più altera. Quest’uomo emana pericolo e diffidenza, come se mi trovassi al cospetto di una tigre. Per quanto addomesticata possa essere, non bisogna dimenticare la sua vera natura. Spero che si renderà conto presto di quanto io sia intimidita e anche che le mie intenzioni sono pure. Se sono qui, è solo per l’affetto che nutro per lui e per il suo compagno di vita, non certo per infastidirlo. 

“Lord Lennox, grazie per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Prometto che non vi ruberò molto tempo. Come state, innanzitutto?”

Se con Moncliff l’ho presa alla larga, con lui farò la circumnavigazione del globo, prima di arrivare al punto. 

Mi fa cenno di accomodarmi e attende che io sia seduta per guadagnare la poltrona. Siede, accavalla le gambe, getta indietro con un lieve scatto della testa i capelli e appoggia il mento sulle dita intrecciate.

“Sto bene, vi ringrazio. E spero che vi siate ripresa dal piccolo incidente con il fumo. Prima che cominciate, posso fare io una domanda, madame?”

Oddio. E adesso che vuole sapere? “Ehm… certo, dite pure…” borbotto, mentre cerco di immaginare quale domanda possa desiderare farmi. 

“Cosa vi spinge a volerci conoscere meglio?”

“Ho letto la vostra storia. L’ho amata. Avere la possibilità di incontrare i protagonisti di una storia che ami è il sogno di chiunque e io sono stata tanto fortunata da aver ricevuto una richiesta in proposito. Non potevo rifiutare. Voi lo avreste fatto?” Gli sorrido, candida, e spero che non mi stacchi la testa. Se Robert Moncliff ha portato il sole nella stanza, lui ha recato con sé riflessi di luce lunare. 

“No, in effetti non lo farei.” Sorride anche lui e la luna diventa più splendente che mai. Posa le mani sui braccioli, rilassa la schiena contro la poltrona e si prepara alla tortura.

Vi ascolto, madame.”

Avete vissuto la prima parte della vostra vita in India e so che non sono stati anni facili, per usare un eufemismo. Eppure vorrei chiedervi se c’è qualcosa che vi manca di quel paese.

”La luce, il modo in cui sembra ritagliare le cose dallo sfondo. Gli odori, anche quelli sgradevoli. Qui a Londra il lezzo di morte assale a tradimento e viene coperto da gocce di profumo. Un’ipocrisia olfattiva, oltre a quella che permea ogni aspetto della società. In India tutto è esposto, lampante. La lebbra è lebbra. La deformità è deformità. La bellezza è assoluta. Insuperabile. E poi il cibo. L’Impero britannico domina il mondo ma non riesce a stuzzicare il palato.”

Anche voi, però, indossate un profumo. Speziato. Mi fa pensare alla vostra terra. È per celare il vostro vero odore al mondo o per mascherare quello del mondo a voi stesso?

Mi guarda. Sembra riflettere se rispondere oppure alzarsi sdegnato e uscire dalla stanza. Alza la mano destra e si annusa il polso.

“Non vi piace?”, chiede.

“Non ho detto che non mi piace. Lo trovo molto adatto a voi. Era solo una considerazione riguardo a quello che avete detto sull’ipocrisia olfattiva, per citare le vostre parole. Voi perché lo usate, dunque?”

“Ho un’alta considerazione dell’igiene personale, quindi non lo metto per nascondere il mio odore. Questa essenza è il mio vero odore. C’è l’India dentro. E il ricordo di qualcuno che mi teneva stretto tra le braccia, al sicuro. Inoltre mi piace mettere a disagio i benpensanti. Un uomo inglese non si concederebbe mai un simile azzardo.” Si protende a porgermi il polso. “Vaniglia, sandalo, patchouli, rosa… È un profumo che anche una donna potrebbe indossare.” Sorriso e una strizzata d’occhio.

Mi abbasso per annusargli il polso, annuisco e gli sorrido di rimando. Non è possibile fare diversamente. E non gli rivelerò che per i miei gusti è un profumo troppo dolce. Su di lui è perfetto. E ingannatore, anche. Forse è quello che desidera. Ma passiamo oltre. Mi sembra un pochino più sciolto, e non è affatto una brutta notizia. 

 

E che cosa apprezzate invece della vostra nuova patria, l’Inghilterra?

Torna ad appoggiarsi allo schienale e fissa un punto indefinito in alto, come cercasse una risposta.

“Vale se dico niente?” Poi ride. “No, non è vero. Una parte di me è inglese. Amo il tè, per esempio, anche se in realtà è indiano o cinese. Amo la lingua, il suono che ha nei versi di Keats. Amo la nebbia, il vento freddo e salmastro che risale il Tamigi. Amo il verde dei prati a primavera. È un colore che esiste solo qui e solo nel momento in cui un raggio di sole trafigge le nubi subito dopo la pioggia. Amo essere un Lord e avere un patrimonio vergognoso che uso per fare del bene, ma anche per i miei capricci. Mi piacciono le cose belle.”

Allora dovrebbe bastarti uno specchio, Lord Kiran… 

Come ho già chiesto al signor Moncliff, c’è qualche luogo che vi piacerebbe visitare, prima o poi?

“Scommettiamo che so cosa ha risposto Robert? Parigi, ha un chiodo fisso per Parigi, Roma, Firenze, Venezia. Giusto?”

“Giusto. Lo conoscete bene. Ma io vorrei sapere che luoghi vorreste visitare voi…”

Ho sempre l’impressione che voglia evitare le domande, ma io sono una vecchia volpe e non mollo la presa.

“Milano, per il Teatro alla Scala. Vorrei assistere alla messa in scena di un’opera di Giuseppe Verdi, con lui presente. Oppure di Giacomo Puccini. Adoro il melodramma. Robert dice che è perché ho l’istinto della primadonna. Mi piacciono le emozioni forti, gli atti eroici, le morti gloriose.” Ride, di nuovo. “Non ho la voce giusta, ma calcare il palcoscenico come attore di prosa mi piacerebbe. E darei grosse soddisfazioni a tutti quelli che vorrebbero la definitiva rovina della mia già scarsa reputazione.”

 

Non sarebbe la prima volta che vi fingete qualcun altro. In un caso, e mi riferisco al vostro travestimento da serva indiana, Deepa, se non sbaglio, avete addirittura finto di essere una femmina. Pensate che recitando si possa tirare fuori la parte più vera di se stessi?  

Mamma che domanda scomoda. Potrebbe prenderla malissimo. È che continuo ad avere l’impressione che il vero Lord Lennox sia qui da qualche parte, ma troppo diffidente per rivelarsi davvero. E mi dispiace, perché sono affezionata a quest’uomo meraviglioso come al suo compagno e non ho bisogno di essere impressionata da lui. Lo sono già. E per motivi molto più profondi di quelli che mi sta sbandierando davanti al naso. 

Si alza. È un gesto elegante, ma improvviso. Mi volta le spalle. E lo vedo fare un gesto che non appartiene a un uomo, meno che mai a un uomo di questa epoca. Alza le braccia e raccoglie i lunghi capelli con gesti abili, gesti naturali. In un attimo li ha raccolti in uno chignon basso che sembra uscito da una seduta da un parrucchiere. Poi si volta.

“Deepa non era una recita”, dice con una voce che non è la sua. E neanche il viso è il suo. Cioè, lo è, identico e bellissimo. Ma è il viso di una donna. Gli sorrido, non posso farne a meno, e quasi quasi mi faccio insegnare a fare chignon così perfetti e in così breve tempo. 

“Tutti noi abbiamo una parte maschile e una femminile, credo. Io sono un vero maschiaccio, ad esempio. Trovo meraviglioso che voi non vogliate reprimere la vostra parte femminile, ma la ascoltiate. Di solito i maschi sono così ansiosi di sembrare virili, dei veri duri… Noioso. Vi ammiro moltissimo.”

Gli basta scuotere la testa per sciogliere i capelli. È singolare come una chioma sontuosa come la sua non riesca a soffocare la parte maschile.

“Madame, non vi prendete gioco di me. Voi sapete cosa sono: un invertito. Nessuno si aspetta che io sia virile, neanche voi. Il fatto che io ami un uomo mi esclude dal novero dei maschi. Quindi Deepa ero io, non una recita.”

“È vero, vi piace il melodramma. Che cosa dovrei dire adesso, secondo voi? Oh mio dio, un omosessuale, che orrore, perché non me lo avete detto subito? Devo scappare inorridita? Pensate che questo diminuisca in qualche modo la stima e, cazzo, l’affetto che ho per voi? Eddai, Kiran, su!” Queste ultime parole mi escono pari pari, in italiano, prima che riesca a controllarmi. Ora mi butterà fuori davvero, me lo sento. 

Incrocia le braccia sul petto, mi fissa.

“Eddai, Kiran, su?”, ripete con perfetta pronuncia italiana. “Immagino sia un’esortazione. E anche una dimostrazione di… confidenza che avete deciso di prendervi. Avete stima e affetto per me, pretendete di conoscermi e immagino di dovere a Robert la faccenda del melodramma… Anzi, no, lui avrà parlato di primadonna. E così tutto torna.”

Anche lui torna. A sedersi. 

“La prossima domanda?”

“No. Non ho fatto niente per meritare la vostra ostilità ma non riesco a superarla, quindi non vi importunerò oltre” sbotto, e questa volta sono io ad alzarmi in un gran fruscio di stoffa. Sono talmente arrabbiata che mi viene da piangere, ma che il diavolo mi porti se glielo farò notare. “Perdonatemi per il tempo che vi ho fatto perdere.” Mi dirigo verso la porta sperando di riuscire a mantenere un’andatura dignitosa su questi tacchi malefici, con la sensazione di aver perso una grande occasione e di essere stata trattata ingiustamente. Ma forse non sono abbastanza diplomatica per riuscire a gestire una conversazione con un tipo così particolare e diffidente. 

“Eddai, Lucy, su!”

Ecco, adesso mi viene da piangere e da ridere contemporaneamente. Quest’intervista è un incontro di lotta, non una chiacchierata. Sono sfinita. Però mi blocco e mi volto a guardarlo. Sta sorridendo, con gli occhi che brillano di ironia. Lo ammazzerei e lo bacerei. 

“Pace?”

“Non ho mai voluto la guerra, io.” Torno sui miei passi, ma prima di andarmi a sedere pesco un’altra sigaretta dal contenitore e me l’accendo con gran soddisfazione, fissandolo. 

“Vado avanti?” gli chiedo.

Allarga le braccia.

“Sono qui. Prometto di rispondere senza… melodrammi.”

Sospiro e do un’occhiata al taccuino. La prossima domanda è innocua, credo. Dovrebbe riuscire a rispondermi senza mordermi. Così spero, almeno. 

Il signor Moncliff ha fatto delle sue passioni un lavoro. È stato fortunato, sotto questo punto di vista. Che cosa fa, invece, Lord Lennox nel suo tempo libero? Vi allenate ancora con la spada alla luce della luna?

“Sembrerà strano, ma non ho molto tempo libero. Mi piace prendermi cura delle persone più sfortunate e questo è un mondo che schiaccia chi non ha potere. Il destino ha deciso che io ne abbia, molto. E lo uso. Ma quando ho un po’ di tranquillità, sì, mi piace ancora allenarmi. Magari non sotto una luna piena. I pleniluni inglesi non hanno la luce e il calore di quello indiano. E poi leggo. Ovviamente tragedie shakespeariane e mi alleno a interpretarne i personaggi più disperati. Credo che alla prima occasione sosterrò un provino per la parte di Ofelia.”

Appoggia la testa sul palmo della mano e mi fissa, sorridendo.

Roteo gli occhi e sbuffo, ma sorrido anch’io. E passo alla domanda successiva. 

Uno dei momenti che ho preferito, nel libro, è quando si narra del vostro incontro con la regina Vittoria. Che cosa vi è rimasto più impresso di quel momento?

“Una cosa sciocca. Il fatto che, senza conoscermi, mi abbia fatto preparare un intero pasto indiano. Lady Calista, mia nonna, colei che mandò Sir William a cercarmi in India, non mi ha mai neanche chiesto cosa mi sarebbe piaciuto mangiare. La Regina è anziana, non bella, grassa e bassa. Eppure ha un alone di potere a circondarla. E non è un potere prevaricatore. È il potere di chi cerca di fare la cosa giusta.”

Annuisco e vado con la successiva, visto che questa è andata bene. 

Si è sempre parlato di lei come di una persona estremamente severa e legata alle tradizioni. Che cosa pensate che l’abbia colpita di voi, tanto da farla decidere in vostro favore?

“Sinceramente non lo so. Quando l’ho incontrata avevo tredici anni e nessuna idea di quale fosse la cosa giusta da fare o da dire. Sono stato me stesso e credo che siano poche le persone che si permettono di esserlo, davanti a lei. Sono stato una novità, un diversivo. La Regina mi ha dato l’impressione di essere stanca di una vita dorata ma che non le ha certo risparmiato sofferenze.”

L’avete rivista, dopo quella volta? E il suo royal servant, John Brown? 

“L’ho rivista e sono certo che stenda la sua mano protettrice su di me. Ma non ci sono più stati incontri privati. Avrei voluto poterle esprimere il mio dispiacere quando è morto John Brown. Lui era una persona speciale e non dimenticherò mai ciò che mi disse quando mi è stato riconosciuto il titolo di settimo conte di Lennox: che senso ha godere di un privilegio se non lo si usa per dare una mano al prossimo? Ecco, appena ho potuto, ho messo in pratica il suo insegnamento.”

Nonostante il favore della Regina, so che siete stato vittima di molti pregiudizi, da quando siete arrivato in Inghilterra. Credo che l’atteggiamento negativo delle persone sia dettato soprattutto dalla paura del coraggio con cui li avete affrontati. Nessuno è mai riuscito a piegarvi, e loro lo sentono. Come fate a non odiare… tutti? A parte me, intendo. 

“Io non vi odio affatto, madame. E in quanto agli altri, Robert è il mio segreto. Se non lo avessi incontrato, mi sarei consumato nella rabbia e nel rancore. Lui ha tenuto viva la mia umanità.”

“Volevo giusto rivolgervi la stessa domanda che ho fatto al signor Moncliff, su ciò che ha portato nella vostra vita, ma mi avete già risposto e vi ringrazio. Allora ve ne faccio un’altra, fra quelle che ho fatto a lui.” 

Un difetto di Robert che non sopportate? Ammesso che ce ne siano…

“Ce ne sono, sì. Ma quello che mi infastidisce veramente è il suo credersi sempre in secondo piano, avere l’atteggiamento del pittore o dello scrittore anche nei confronti della vita. Lui osserva, racconta, fissa per immagini e non si rende conto di essere un protagonista, non uno spettatore. Si sminuisce, eppure è una persona di enorme valore e di talento inarrivabile. Troppo modesto lui, almeno quanto sono arrogante io.”

Così vi completate, no? Vi piace farvi ritrarre da lui? So che non amate guardarvi allo specchio… 

“Gli specchi evocano fantasmi di un passato che mi è impossibile dimenticare. Per questo li evito. E non mi piace mettermi in posa. Ma il primo ritratto che Robert mi ha fatto, un carboncino su un foglio del suo diario, mi ha dato la forza di essere come lui riusciva a vedermi.”

Domanda frivola, o comunque poco impegnativa: personaggio storico preferito. 

“Alessandro Magno. Se la morte non l’avesse fermato, la storia avrebbe avuto un corso diverso.”

Vorrei fargli notare che anche Alessandro Magno era molto… elastico nelle sue preferenze sessuali, ma preferisco non dare di nuovo fuoco alle polveri. Come se questa, poi, fosse la cosa più importante per definire una persona…

“Credo di poter porre fine alla tortura, Lord Lennox. È stato così terribile?” gli chiedo con un sorriso. 

“Io sono stato terribile. E me ne scuso. Ma adesso, se mai aveste avuto dubbi, sapete che Robert è adorabile mentre io sono… Trovereste un aggettivo che renda l’idea pur non risultando sconveniente sulle labbra di una gentildonna come voi?”

“Difficile…” gli rispondo, cercando di mantenermi seria. “Comunque voi dovreste sapere che le fanciulle preferiscono il tipo bello e dannato. E non siete stato terribile. Oddio, un po’ sì, è vero. Ma potete farvi perdonare regalandomi quello che già Robert mi ha donato.”

A questo non rinuncio, oh. 

Alza un sopracciglio.

“Non sarò da meno. Ma di cosa si tratta?”

“Vorrei potervi abbracciare per un attimo. Posso?”

Ride mentre si alza in piedi. È imbarazzato.

“Prego”, invita aprendo le braccia.

Mi ci tuffo e lo stringo più di quanto l’etichetta consentirebbe. Ma ormai l’ho violata in ogni modo possibile e immaginabile, no? 

“Fate attenzione…” gli dico, senza riuscire a trattenermi. E poi do un bacio sulla guancia anche a lui. 

Ride e non fa niente per sottrarsi alla stretta.

“Tornate quando volete, madame. Sarete sempre la benvenuta.”

“Attento che potrei prendervi in parola…” ridacchio. Sono ancora attaccata alla sua vita e mi ci trovo benissimo, devo dire. Avrei tantissime cose da dirgli, ancora, ma non posso. Non ora. Forse il tempo per farlo verrà. E non me lo perderò per niente al mondo. 

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