La mia intervista col vampiro

Tra i miei molti libri preferiti c’è, da sempre, “Intervista col vampiro” di Ann Rice. Vidi il film prima di leggere il romanzo. Il romanzo, nonostante il film sia bello e con un cast spettacolare, è decisamente meglio. Più coinvolgente. E l’idea di un giornalista che si trova, suo malgrado, a intervistare una creatura che non dovrebbe esistere mi ha affascinata da subito. Se lascio parlare la mia parte giornalistica, posso dire che entrare in contatto con qualcuno o qualcosa preso pari pari dal regno delle ombre, delle idee, delle fantasie o delle paure più recondite è un sogno.

Che so? Intervistare il pagliaccio di It, l’oscura presenza nell’Ombra dello scorpione oppure Voldemort o Grinderwald. Ecco. Intervistare il protagonista della serie RVH di Lucia Guglielminetti è stata un’occasione che non potevo lasciarmi sfuggire. E voglio spiegarvi il perché.

Raistan Van Hoeck è più che un personaggio di fantasia. Quando uno scrittore dà la vita, può sperare nel riscontro del pubblico, nel successo, ma quello che non può decidere a priori è se quel personaggio sarà vivo e reale. Perché non è lo scrittore a deciderlo.

Ecco, Raistan è vivo e reale. Irritante, spesso. Spaventoso, e adora esserlo. Umano, e non sarà felice di sentirmelo dire. Fragile, sensuale, tenerissimo, feroce. Insopportabile, quasi sempre. L’idea di un’autobiografia lunga tre secoli, attraverso eventi che hanno segnato la storia dell’umanità, si dipana in cinque corposi volumi. Che scorrono veloci come sangue nelle vene di un povero umano terrorizzato. Ve li consiglio con alcune avvertenze necessarie: troverete violenza, morte, sesso, orrore, sofferenza, amore, solitudine, dolcezza, amicizia.

E se non alzerete difese, Raistan Van Hoeck si insedierà nel vostro immaginario costringendovi a condividere la cosa che lo rende irresistibile: la malinconia di chi resta mentre tutto, intorno, passa.

Pronti?

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L’ultima volta che mi hanno dato appuntamento per un’intervista in piena notte, dovevo incontrare un critico d’arte che si pregiava di essere fuori dagli schemi. E lo fu, in un modo che un giorno magari vorrò raccontarvi. Ma stasera ho l’impressione di essere incappata in uno scherzo di pessimo gusto da parte del gancio tra me e la persona che sta per consegnare ai lettori la quinta parte della sua infinita autobiografia.

Quindi. È notte. Siamo in una zona di capannoni industriali e vecchi studi cinematografici. C’è la nebbia. Ed è Halloween. Non può non essere uno scherzo, dai.

Comunque siamo in ballo. E balliamo. Mi hanno indicato con precisione luogo e orario. Sono in lieve anticipo, com’è mio costume. Una porta di metallo, aperta. All’interno uno spazio enorme, buio ed echeggiante. In un angolo un divanetto, un tavolino, una poltrona. E una lampada che più che allontanare il buio lo rende compatto. Mi rifugio nel suo alone e mi siedo sulla poltrona, piuttosto malmessa, decisa a lasciare il sofà all’ospite.

Apro la borsa, prendo il registratore, il cellulare, taccuino e penna e li metto sul tavolino. La penna cade a terra. Mi chino sul pavimento di cemento. Avverto una lieve corrente d’aria. Mi rialzo. E non urlo solo perché il fiato mi si è bloccato in gola.

Sul sofà c’è colui che dovrei intervistare. Pantaloni neri, stivali neri, T-shirt nera, giubbotto nero. Mezzi guanti da motociclista, neri. Capelli spettacolari, lunghi, lisci, biondo platino. Scuoto la testa, non ci posso credere. Esiste sul serio.

Deglutisco lo spavento, mi do un contegno.

“Buonasera signor Van Hoeck, grazie per aver accettato questo incontro.”

L’educazione prima di tutto.

“Non è stata di certo una mia scelta. Quella maledetta umana mi ha incastrato…”

La voce. Sembra arrivare da lontano. Profonda, indefinibile. Parla un buon italiano, come mi era stato anticipato. Ma la erre sembra ringhiata e le ci e le qu sono durissime, teutoniche. In ogni caso quello che ha appena detto non depone a mio favore. Cominciamo malissimo, direi. Mi sforzo di confezionare un sorriso.

“Le dispiace se registro?”

La domanda pare mandarlo in confusione per un istante.

“Perchè? Non può scrivere come tutti i giornalisti normali?”

“Le assicuro che sono normalissima, come giornalista. La registrazione potrebbe ovviare a eventuali mie mancanze. Ma se non vuole…”

Metto via il registratore. E cerco di fare mente locale, avevo delle domande in testa.

“Sta per uscire il quinto volume della sua autobiografia. I lettori si stanno appassionando alla sua storia, ma lei chiarisce, in ogni singolo volume, che non le interessa di loro. Del loro eventuale giudizio. Perché?”

“Perché non ho mai scritto per nessuno, se non per me stesso. Poi è arrivata quella donna…”

“Non la gratifica neanche un po’ tanta attenzione?”

“Tanta attenzione mi ha messo nei casini con il Tribunale Supremo del mio Clan. Quindi no, non mi gratifica molto. Ma gratifica lei. E insomma… è stata ad ascoltarmi. Giorno e notte. E quindi… va bene così.”

Burbero e un tantino impacciato. Mi piace.

“Vorrei chiederle cosa pensa dell’atteggiamento incoerente di noi umani. Io stessa ho seri problemi a credere che lei sia vero. Ma, al tempo stesso, troviamo la vostra razza estremamente attraente. Si è mai chiesto perché?”

“Ho smesso di aspettarmi coerenza da parte degli esseri umani molto tempo fa. Credo che sia invidia, la vostra, mista a paura e ignoranza. E voi tendete a distruggere quello che temete, non è così? Al dunque, nessuno vuole davvero avere a che fare con noi. Oppure sì?”

Sorride. E mette in mostra i canini. Lo fa apposta. Niente che io non sappia, ma vederli a neanche un metro di distanza non è come leggerli su un libro. Cerco, di nuovo, di darmi un contegno.

“Distruggere uno come lei non è impresa facile e, in fin dei conti, siamo in parecchi a voler avere a che fare con voi. Io sono qui. E, al contrario di lei, non mi sono sentita costretta. Mi interessa quello che ha da dire.” Mordicchio la penna, gesto non molto professionale, ma aiuta nei momenti di tensione. “Ha mai desiderato tornare un semplice umano?”

Ridacchia, anche se il sorriso non arriva mai agli occhi.

“Per cosa? Per essere di nuovo schiavo di vecchiaia, malattia e morte? O per elemosinare quella vicinanza e quella compagnia che non ho mai avuto, nemmeno da umano? No, grazie.”

Prendo nota.

“Però il suo rapporto con gli Andrews sembrerebbe testimoniare il contrario. Li ha amati perché erano umani. Non solo, lei sembra cercare e apprezzare la vicinanza di chi continua a essere schiavo di un’esistenza limitata. Non mi riferisco all’apprezzamento alimentare. Da quello che scrive, sembra che ciò che ha vissuto nell’infanzia abbia lasciato il segno al punto di spingerla a essere quello che è. Impressione sbagliata?”

“E’ stato un altro vampiro a spingermi ad essere quello che sono, non la mia infanzia.  In ogni caso apprezzavo gli Andrews non perché fossero umani, ma per il fatto che a loro non importava quello che sono. Non mi hanno mai fatto sentire diverso. La bambina, poi, mi trattava come se fossi qualcosa di davvero speciale. Le cose che terrorizzano gli altri lei le apprezzava. Mi mancheranno. Per il resto…  Io li odio, gli umani. Non le scoccia, se fumo, immagino.”

Lo sa benissimo che non sopporto il fumo passivo. Ma a uno così, che ha appena detto di odiare gli umani, meglio non farlo presente. Tanto, se è vero quello che scrive, può leggerlo nella mia mente. E magari lo sta facendo mentre continua a guardarmi. Esattamente come i fari di una fuoriserie inchiodano un coniglietto sull’asfalto. Ce la sta mettendo tutta per scoraggiarmi.

Lo guardo fumare. Lascia uscire il fumo dalla bocca e dalle narici con lentezza, così che gli crei una specie di cortina nebbiosa davanti al viso. Non gli piacerà quello che sto per dire.

“Leggendo la sua autobiografia e dovendola definire, uno degli aggettivi che mi sale alle labbra è… esibizionista. Ci si riconosce? E come lo concilia col tenere un basso profilo?”

Non apprezza. Per niente. Gli occhi gli si restringono in due fessure. E non è perché il fumo lo infastidisce.

“È una stronzata, non è vero niente. Ammetto di amare certe….manifestazioni che la mia natura… peculiare mi concede, ma solo quando le circostanze me lo permettono. Crede che sia un idiota?”

No. Non lo credo. Mi sforzo di pensarlo con chiarezza. In modo che non abbia dubbi.

“Però un errore lo ha fatto, quella volta nel tunnel dell’Alma…”, azzardo.

“Nessuno è perfetto…Ho vissuto in segretezza per 311 anni, rivelando quello che sono soltanto a chi volevo io. Non è stato esibizionismo, quella volta. E non mi piacciono queste insinuazioni.”

Ecco fatto. Si è arrabbiato. E quando si arrabbia l’accento prende il sopravvento. Se fosse qui ad ascoltarlo, il povero Luca Ward si convincerebbe di essere una voce bianca.

“Non volevo insinuare, signor Van Hoeck. Lei stesso, nel libro, afferma che sarebbe stato più saggio, quella volta, fingere di essere morto e scappare dopo con comodo. Apprezzo molto il fatto di poterle parlare. Però non deve prendere ogni mia domanda come… un trabocchetto. Siamo qui, io e lei. E chi dovrebbe essere diffidente è la parte che ha più da perdere. Cioè la sottoscritta. Non trova?”

“E come le dovrei prendere?” chiede, lasciando di nuovo uscire con estrema lentezza il fumo dalla bocca.

“Come l’unico strumento che ho per… conoscerla. I giornalisti sono curiosi. E quelli migliori hanno una curiosità che non è fine a se stessa. Ha una vaga idea di quanto sia… elettrizzante poter parlare con una creatura leggendaria? Avere la prova provata che esiste? Ecco, io vorrei trasmettere queste emozioni a chi leggerà l’intervista. Se riuscirò a scriverla, s’intende.”

Sto cercando di ammansirlo. Lo confesso. L’accenno alla possibilità che non ci sia un’intervista perché l’intervistatrice è stata fatta a pezzi dovrebbe quanto meno divertirlo. Spero.

“Vedremo. Comunque immagino che sarà una cosa notevole da inserire nel suo curriculum, sì. Mi aspetto gratitudine, umana.”

Salivazione azzerata. Che intende per

? Io ho paura perfino degli aghi per i prelievi, figurarsi di quelle zanne lì…

“Se anche mettessi questo incontro nel mio curriculum, non mi crederebbero. Diciamo che resterà una delle esperienze da raccontare. Sempre se ci sarà il tempo e il modo di farlo.” Mi schiarisco di nuovo la voce. Alla fine mi consumerò le corde vocali, ma tanto non mi sarebbe utile preservarle per eventuali grida d’aiuto. Non c’è nessuno a parte noi due.

“Può dirmi, tra le molte epoche che ha vissuto, quale le è piaciuta di più?”

Lui si sta divertendo un casino. Lo capisco da come mi guarda. La sigaretta si sta consumando tra le sue labbra e non deve essere, tutto sommato, una brutta morte.

“Immagino che sia strano, per voi umani, parlare in termini di epoche, vero? Per voi il tempo scorre in modo del tutto diverso che per noi. La percezione di esso, voglio dire. Ogni epoca comunque ha portato con sé vantaggi e svantaggi. Un tempo si potevano uccidere le persone senza preoccuparsi troppo di essere scoperti, mentre oggi è tutto molto più complicato, e questo è davvero un peccato, per quelli come me. Gran parte del divertimento se n’è andato. D’altro canto però apprezzo la… pulizia delle città moderne e la possibilità di muoversi in giro per il mondo con molta più facilità. Un periodo in cui mi sono divertito parecchio sono gli anni 70 del secolo scorso. Li ho trascorsi quasi per intero negli States, dove andava per la maggiore il Flower Power e tutte quelle stronzate. Amore libero, ragazze molto più disinibite… ho scopato come un pazzo, in quegli anni, e ucciso pochissime persone, perché ogni sera avevo a disposizione un sacco di donatori con la scusa del sesso. I miei capelli erano molto popolari…”

Oddio. Mi ha sorriso. Sul serio, Mi ha fatto anche l’occhiolino. Credo che la mia faccia stia andando a fuoco.

“Posso immaginare, lei ha capelli bellissimi…”

Non mi riconosco. Gli ho appena fatto un complimento. Penserà che sia la solita oca giuliva a caccia di rockstar. In fondo potrebbe esserlo, una rockstar. Heavy metal.

“Visto che ha preso lei l’argomento uccisioni: so che le è necessario uccidere per nutrirsi, ma mi sembra di aver capito che la cosa la diverte parecchio. A parte le considerazioni morali, che non credo possano fare la differenza per la sua razza, quante volte le è capitato di risparmiare qualcuno per pura pietà?”

“Uhm… non uccido i bambini. Non basta? E poi c’è stata una donna, una volta… Già. Una c’è stata.” Lo sguardo gli si fa remoto, come se stesse ricordando qualcosa di vagamente piacevole. Non dovrei spezzare il momento. Lo so. Ma è il mio lavoro. Non posso non fare la domanda che sto per fare.

“Dai suoi libri appare chiaro quanto lei si sforzi di descriversi come freddo, egoista e crudele. Poi però ci racconta della terribile sofferenza per la perdita di un amico. Stefan. Le va di parlarne?”

Il gelo. “Non faccio nessuno sforzo a descrivermi come freddo, egoista e crudele. E’ quello che sono. E no, non mi va di parlare di Stefan. E lei non lo nominerà più.”

Sbatto le palpebre. Fa freddo. Molto. Emana da lui. Cazzo. Ha richiuso la porta che aveva appena socchiuso. Cretina. Cretina. Cretina.

“Ha ragione. Mi scusi”, mormoro fissando il taccuino con un improvviso vuoto pneumatico nella testa. Sono triste. E, come il freddo, sono certa che tutta questa tristezza emani da lui.

Devo scuotermi. Lui ha spento il mozzicone sul pavimento di cemento. Potrebbe andarsene da un momento all’altro. Oppure decidere che l’ho scocciato abbastanza e… No, dai. Non lo farebbe.

“Sente mai la mancanza della sua origine? Mi spiego: lei non potrebbe esistere se non ci fosse stato un ragazzo dai capelli biondi e dal testosterone esagerato al punto da farsi pestare a sangue in una specie di fight club ante litteram. Che fine ha fatto quel ragazzo?”

“È morto la notte del 24 giugno 1705, credevo fosse chiaro. E non importa a nessuno. Le uniche persone a cui fregava qualcosa sono morte anche loro, e da moltissimo tempo. Ho avuto quello che mi meritavo, umana, non sei d’accordo?”

“No!” Ho risposto di getto. Sincera. Ma su quali basi non saprei, visto che quello che so di lui è quanto ha raccontato sui suoi libri. Però reitero. “Non sono d’accordo. Ma non credo che il mio parere possa contare qualcosa. Lo dice sempre anche nei suoi libri. Che non le interessa di cosa pensiamo noi…”

Mi ha dato del tu, sbaglio? E lui odia che non si mantengano le distanze. Ho studiato, dovrebbe apprezzarlo.

“L’atteggiamento incosciente e autodistruttivo del Raistan del 1705 ha avuto conseguenze che vanno ben al di là degli eventuali errori commessi. Ma quello che volevo dire è che anche i semi muoiono per permettere all’albero di crescere e mettere radici. Senza il seme non esisterebbe, l’albero. Senza quel ragazzo, non esistere…sti tu.”

Invoco la reciprocità. Noi giornalisti tendiamo sempre a prenderci delle confidenze. Lo sbircio mentre fingo di consultare il taccuino. Accende un’altra sigaretta. Magari è buon segno…

“Non è una sigaretta come le altre. E’… speciale. Vuoi favorire? Forse ti rilasseresti un po’, ti vedo così tesa… Coraggio, non mordo. Eheheheh.”

Credo che gli occhi stiano per uscirmi dalle orbite. Ridacchia. E mi sta offrendo un tiro da una canna. A chi mai potrò raccontarla? Comincio a ridacchiare a mia volta mentre allungo la mano verso la sua. Non mordo… Che gran bastardo.  

Solo che lui la ritrae, la mano, e porta lo spinello alla bocca, con gli occhi animati da un’allegria… pericolosa.

“Potrebbe farti male… non è una miscela molto… legale, se fa effetto anche a uno come me. Sicura?”

A questo punto è una questione di orgoglio. E che diavolo!

“Alle volte bisogna rischiare, no? Tu sei un esperto in questo.”

Tendo la mano, di nuovo. E lui di nuovo fa il gesto di allungarla e poi di ritrarla, giusto per godersi i miei ridicoli tentativi di afferrarla. Poi però cede, guardandomi con aria divertita.

Io non fumo, ricordate? Ecco, poso le labbra dove ha posato le sue (questa cosa qui avrei fatto meglio a non pensarla, lo so) e aspiro. Un attimo dopo rischio il soffocamento. Tossisco cercando di mantenere un contegno ormai irrimediabilmente perso. Ma non mi arrendo. Riprovo. Va meglio. Ma aveva ragione. È come essere investiti da un treno. Che diavolo ci ha messo? Faccio fatica a restituirgliela. Mi trema la mano.

Ridacchia. “Te l’avevo detto… non so cosa contenga, la compro in Italia, da un tizio di nome Ciro. Stai bene? Io a casa non ti porto, ti avverto. O vuoi che lo faccia?” Altro tiro. Altro ghigno. Adesso sta tenendo la sigaretta di sbieco, osservando la brace con occhio critico, per poi leccarne il fondo con lentezza tutto attorno. E mentre lo fa, mi guarda.

Mi gira la testa. Di brutto. E lui ci mette del suo.

Okay, tiriamo fuori gli attributi. Dovrei averli, anche se non so più dove.

“Riprendiamo, vuoi? Hai rischiato una fine ingloriosa perché fanatici islamici vedevano in te un’arma di distruzione di massa. Visto quello che accade in questa epoca, non pensi che i veri mostri siano mortali, vulnerabili e senza canini?”

“L’ho sempre pensato. Gli umani si scannano da millenni per qualsiasi cosa, religione in primis, e poi danno i numeri di fronte a qualcosa di diverso da loro. Ipocriti schifosi, loro e i loro falsi dei. Non hanno rispetto per niente e per nessuno, nemmeno per loro stessi. Spero che si estinguano al più presto e cerco sempre di dare il mio piccolo contributo.”

Piccolo… Un umano al giorno, di media, per trecento e spicci anni. Se anche fossi lucida, non riuscirei a fare il calcolo. La cosa buffa è affrontare questa realtà senza percepirne la portata. Una strage senza nome. E l’artefice ce l’ho davanti.

“Se noi umani ci estinguessimo sarebbe una fortuna per l’intero pianeta. È un pensiero che mi è capitato di formulare più volte. Ma se ci estinguessimo, che ne sarebbe di creature come te? Un’esistenza da immortale, circondato da immortali, non sarebbe… noiosa?”

“E perché un’esistenza libera da esseri che ti vogliono solo sterminare, trascorsa senza più bisogno di nascondersi, dovrebbe essere noiosa? Davvero, vi sopravvalutate. La vostra convinzione di essere al centro dell’universo è patetica e irritante insieme. Invece siete soltanto dei parassiti di questo povero mondo. E noi siamo i parassiti dei parassiti, non è divertente?”

Non lo è, per me. Tendo a personalizzare. E non mi sento un parassita. Sono convinta che il Raistan umano la penserebbe come me. Forse sta tentando di dirlo in una qualche piega dell’anima della creatura tricentenaria che ho davanti. Se solo lo lasciasse affiorare…

Si protende in avanti, sta ancora fumando. Appoggia i gomiti sulle ginocchia.

“Non cercare quel ragazzo, umana. Cosa pensi che ne sia stato di lui dopo tre secoli di solitudine  e di atrocità, commesse e subite?  A quale prezzo pensi che una mente possa tollerare tutto ciò? La risposta è qui, davanti a te. Sono come un frutto bellissimo all’esterno ma completamente avariato dentro. E lo sono al punto che non me ne importa. Anzi, la cosa mi diverte.”

Lo diverte. Ed è vero. Glielo leggo in faccia. Bellissimo all’esterno, nero e marcio dentro. Eppure non mi convince del tutto.

“È triste, però. Se rivendichi il male che hai dentro, non puoi stupirti dell’odio e del rifiuto che gli umani, salvo eccezioni, ti tributano. E se riuscissero a distruggervi tutti?”

Niente, sto per fondare la sede distaccata del WWF per la tutela dei vampiri dall’estinzione.

“O forse succederà finalmente il contrario…. Umana.” Tira una lunga boccata allo spinello e trattiene il fumo all’interno per un tempo interminabile. D’altronde non ha il problema di respirare. Poi chiude per un attimo gli occhi e si lascia andare contro lo schienale del divano. Solo allora il fumo gli sfugge dalla bocca in lente volute azzurrognole.

“Per distruggerci dovreste coalizzarvi. E voi immortali non fate gioco di squadra. Almeno da quel che leggo nei tuoi libri. Oltretutto non siete moltissimi, noi siamo miliardi e, da bravi parassiti, anche molto tenaci. E se invece si cercasse di convivere? Noi lo stiamo facendo, no?”

Sempre amate le cause perse. Io.

Riapre gli occhi e mi fissa con aria fra lo schifato e lo scandalizzato.

“Sei stupida o cosa? Convivere? Voi? Voi che non riuscite a tollerare la diversità in alcuna forma, che scatenate guerre e persecuzioni di ogni tipo, da sempre, contro chiunque non si conformi ai vostri ideali del momento, potreste convivere con individui non-morti che si cibano, piccolo dettaglio, del vostro sangue? Dovrei essere io quello fatto, donna, non tu.”

Me la sono voluta. Lo so.

“Magari tu lo hai dimenticato, ma c’è un tipo di stupidità umana che si chiama sognare. Succede, soprattutto in una notte come questa. Posso farti qualche domanda frivola, adesso?”

“La Martin Luther King dei vampiri, ladies and gentlemen, un applauso!” me lo fa davvero, con un’espressione di scherno che, devo dirlo, mi indispettisce parecchio. “Chiedimi pure quello che vuoi, ci mancherebbe. Ormai siamo amiconi, abbiamo persino condiviso la stessa canna…”

Quasi quasi, mi alzo e me ne vado. Che dite?

“Amiconi non credo proprio. E non perché non mi piacerebbe. Ma non siamo qui per stabilire ponti di comunicazione non graditi, quindi… qual è la città dove preferisci vivere, e perché?”

“Sento più come casa Parigi, ma Londra è più divertente. Anche New York non è male. Percepisco un gelo che prima non c’era, in te. Suvvia, non ti sarai mica offesa, no? Una personcina per bene come te che fa il muso….”

Mi alzo. Faccio un passo. Mi chino e gli punto un indice direttamente contro la T-shirt nera, proprio lì dove non batte il suo cuore.

“Tu, Raistan Van Hoeck, stai mettendo a dura prova la mia pazienza. Sappilo. E non venire a parlare a me di gelo, tu sei un portatore sano di vento polare. Non mi sono offesa, ma il sarcasmo è stupido di fronte alla sincerità. Tu lo sai che dico quello penso.”

“Hai delle belle tette, in questa posizione. Puoi restare così per il resto del tempo? Almeno la serata non sarà del tutto sprecata….”

“Anche tu non sei male. Ma la posizione è scomoda. Accontentati di quello che hai visto.”

Torno a sedere.

“Stilista preferito?”, chiedo senza alzare gli occhi dal taccuino.

“Non faccio molto caso a queste cose. L’ultimo abito elegante che ho comprato era di Zegna e mi è fruttato una serata interessante. A proposito, niente domande piccanti? Che peccato… eppure sento che ti piacerebbe sapere certe cosette…” Mi strizza l’occhio con fare cospiratorio e il solito ghigno strafottente.

“Ci stavo arrivando. Preferisci fare sesso con i tuoi simili o con gli umani? Donne, uomini o è indifferente?”

“Uhhhh che bello, fai sul serio. Dura e pura, Bam! Mi piace! Allora ti rivelerò qualcosa che forse nei libri non è chiara: il fine ultimo di ogni amplesso per noi è comunque il sangue. Non c’è estasi superiore a quella e un rapporto senza il morso è solo un pallido simulacro di quello che potrebbe essere. Per questo il sesso vampiro/vampiro è infinitamente meglio. Anche il nostro sangue è molto più potente. Però sappiamo accontentarci. Maschi, femmine…. Un po’ meglio queste ultime – il seno è una parte del corpo che adoro – ma… anything goes, you know.”

Posso dirlo? Sono esausta. Non è un’intervista, è una battaglia.

“Preferisci auto o moto? E che modelli?”

“Le amo entrambe e nel corso del tempo mi sono accaparrato dei pezzi interessanti. La Ferrari F-60 però è quella che mi procura dei veri orgasmi. Ops. Si può dire orgasmi in in un’intervista?”

“Ormai l’hai detto. E comunque non hai voluto che registrassi, quindi posso ometterlo se credi possa nuocere alla tua reputazione.”

“Per la reputazione posso anche dirlo, allora. Ti vedo stanca, Laura. Non ti diverti? Io tanto. Potrei continuare per tutta la notte…”

Gli faccio una smorfia.

“Mi divertirei di più se tu fossi meno… Va beh, lascia perdere.”

Prendo il cellulare.

“Posso farti una foto?”, chiedo.

“Naturalmente no, ma non posso biasimarti per avermelo chiesto.” Sorriso candido.

“Neanche se prometto che la tengo solo per me?” Sorriso ancora più candido, il mio.

“No, mi spiace. Nè foto nè ritratti. Siamo spettri, non lo sai? Non veniamo nelle foto.”

“Non ci credo. La mano posso dartela, per ringraziarti?”

“Ringraziarmi di che? Di essere stato irritante, irriverente e spiacevole per quasi due ore?”

In ogni caso si alza dal divano e me la porge, salvo sottrarmela un attimo prima che io la possa stringere. Ride di nuovo. Poi però cede, e lo vedo seguire il movimento della mia con un’espressione particolare. La chiamerei apprensione. Quando appoggio il palmo contro il suo percepisco immediatamente quanto la sua pelle sia gelida. Ma non faccio una piega. Anzi. Esprimo il mio entusiasmo per quella concessione con un sorriso e stringendo con energia. Spero non diventi una sfida, altrimenti dovrò riscoprire la mia abilità di ex mancina.

Lui ritira la sua abbastanza in fretta, per poi abbassarsi in un inchino formale, anche se non smette di fissarmi con quello sguardo sornione, mentre lo fa.

“E’ stato un piacere, Raistan Van Hoeck”, dico e mi produco in una specie di riverenza. Non indosso una gonna, ma fingo comunque il movimento. “Spero di rivederti, un giorno. Anzi, una notte… cioè, sì, insomma, hai capito.”

“Mai dire mai, reporter.”

Lascio che sia lui a dirigersi alla porta. Un attimo prima c’è. Un attimo dopo, no. Mi viene da ridere. Questa caratteristica lo accomuna a Edward Cullen, ma se fosse qui a sentirmelo pensare, come minimo mi staccherebbe la testa. E farebbe bene.

N.B. Le immagini a corredo dell’intervista appartengono all’artista Kittrose (http://kittrose.deviantart.com/)

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