VIA ANAPO NUMERO TREDICI
Tre americani in una Roma solare ed esoterica che aspetta l’avvento del Terzo Millennio.
Un’agenzia investigativa e un incrociarsi di vite tra l’ex poliziotta che ha denunciato un collega, il figlio di papà che sognava Quantico,
l’avvocato che si è lasciato alle spalle gli agi da figlio di papà e una giovane donna italo-americana che non ha mai avuto il calore di una
vera famiglia. Nel mezzo i casi da risolvere con gioielli favolosi da recuperare e la scoperta di un mistero celato negli occhi dorati di
una barbona di Villa Ada.
Era riuscito nel suo intento. Per una sera era riuscito a dimenticare
che in quella elegante palazzina dei primi del ‘900 risiedeva anche una donna di nome Pamela Dorrance. La loro socia non
aveva più messo il naso fuori della sua stanza, non era scesa neanche per cenare. E lui si era guardato bene dal lasciarle
qualcosa di pronto. Per una volta lui e Luke si erano concessi una serata casalinga, approfittando del salotto con il camino,
delle inesauribili scorte di bourbon e sigari e di una playstation ultimo tipo sulla quale si erano sfidati
in una combattutissima partita di football.
Quella mattina si era alzato di buon’ora, deciso a concedersi una seduta nella palestra che aveva fatto
attrezzare nel seminterrato della palazzina. Così aveva indossato una tuta e ingollato un frullato energetico di banana, miele,
latte e tuorlo d’uovo, era sceso nella temperatura da cantina della sua palestra privata.
Ad avvisarlo che non era l’unico ad aver avuto quell’idea fu la musica, prima ancora che la luce fredda del neon
che filtrava da sotto la porta. La socchiuse e rimase a spiare Pamela che, al ritmo di di Britney Spears, stava
picchiando durissimo, con pugni e calci, il suo sacco da pugilato. Appoggiato allo stipite, mentre il fiato gli si condensava in nuvolette,
ammirò lo stile energico ma elegante del kick-boxing della loro socia. Ma soprattutto lasciò scorrere gli occhi sulle natiche messe
in risalto dal body a perizoma indossato sui pantajazz, sui capelli che aveva lasciato sciolti, a parte la fascia, sulle braccia e le
spalle lucide di sudore, sul tatuaggio tribale che le fasciava il bicipite sinistro. Aspettò che la musica finisse e, mentre lei afferrava
l’asciugamano per detergersi il sudore dal viso, approfittò dell’improvviso silenzio per dire: "Se hai voglia di fare a pugni, perché non
ti sfoghi sull’originale?"
Fu evidente che non aveva gradito l’intrusione. Lo guardò con occhi pieni di rancore, di fastidio,
di rabbia. Erano passate le ore, ma lei non aveva smaltito l’umiliazione del pomeriggio precedente. E di averla consapevolmente
umiliata Patrick era pienamente cosciente.
"Originale?", chiese la ragazza, restando accanto all’impianto di diffusione.
"Vuoi negare che una mia foto su quel sacco non avrebbe aggiunto nulla alla tua… foga?"
"No, non lo nego affatto!"
"Appunto. Ti offro l’occasione per incrociare i guantoni direttamente con me. E’ anche più leale,
visto che quel povero sacco non può difendersi"
Pamela considerò la mole del suo antagonista.
"Io non tiro di boxe…"
"Però io conosco il kick-boxing. Allora?"
"Ok. Vuoi un po’ di musica?"
"No, non dobbiamo ballare…"
Lo guardò togliere il maglione della tuta, legare in un codino i capelli ed indossare i guanti protettivi.
"Niente casco, niente paradenti, niente regole", disse parandolesi davanti. "Ci stai?"
Ricambiò lo sguardo di sfida con uno altrettanto duro.
"Ci sto!"
Non si aspettava galanterie. E non ne ebbe. Fin dai primi colpi, Pamela capì che Patrick stava facendo sul serio e
abbandonò ogni remora circa la possibilità di fargli male. Abituato alla boxe, lui era forse meno veloce e meno portato ad usare i calci,
ma le bastarono un paio di scontri per capire che, se avesse abbassato la guardia, ne avrebbe portato i segni per un bel pezzo. Erano
entrambi ben allenati, ma lei aveva già nelle braccia e nelle gambe la fatica del suo precedente scontro con il sacco. Ed ebbe il fiato
corto molto prima di lui. Gioì quando riuscì ad assestargli un paio di calci al busto ed un gancio dritto alla mascella, ma l’entusiasmo
la rese meno prudente e Patrick ne approfittò per affibbiarle un uno-due nelle costole che le vuotò i polmoni. Poi, prima che riuscisse
a riprendersi, le falciò le gambe con un calcio passante e la mandò a tappeto.
Pamela, esausta ma furiosa per il knock-out, fece immediatamente per rialzarsi, ma Patrick le fu sopra,
inchiodandola al gelido tappeto di linoleum che fungeva da ring.
"Avrei potuto farti molto più male di così… lo sai, vero?", le disse restando a pochi centimetri dal suo viso.
Attraverso il tessuto sottile del body e della canottiera madidi di sudore, entrambi potevano sentire il battito frenetico dei loro cuori e
la consistenza dei rispettivi pettorali.
"Potevi farlo", rispose con la voce spezzata dall’affanno.
Patrick le pesò volutamente addosso e le portò le mani al viso.
"Sarebbe stato un peccato rovinarti i connotati…", sussurrò tirandole indietro i lunghi capelli, umidi di sudore.
Pamela sentì distintamente che il ragazzo era eccitato, almeno quanto lo era lei. La cosa più facile del mondo, in quel momento,
sarebbe stata baciarlo fino a togliergli il fiato e concedergli un corpo a corpo più intimo, ma non meno aggressivo di quello che avevano appena avuto.
Sapeva che lui le stava leggendo negli occhi tutto questo e che voleva che fosse lei a fare il primo passo, a superare il soffio che divideva le loro bocche.
Lo avrebbe fatto, forse, ascoltando il richiamo del tutto animale di quel corpo addosso al suo e il bisogno che sentiva
di un uomo, dopo tanti anni dai furiosi amplessi con Jason. Ma in quell’istante Luke spalancò la porta...
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© Laura Costantini e Loredana Falcone - 2007