ACQUE TORBIDE
Nella pace bucolica del Nord Dakota si nasconde un segreto: qualcuno sta inquinando
le limpide acque del Missouri. Gli intrepidi reporter del “Dakota Register” hanno qualche idea sul responsabile, ma il giornale perde
terreno rispetto dal diretto concorrente e da Chicago parte un analista amministrativo, incaricato di rimettere in sesto le finanze
dissestate. Niente di peggio per la direttrice Sloane Pryde, almeno fino a quando qualcuno comincia ad attentare alla sua vita…
Il ronzio lieve delle libellule azzurre lungo l’argine del fiume parlava già di estate.
Ma le acque limpide e verdastre del Missouri erano ancora gelide. Ronnie ne avvertì il contatto attraverso il tessuto delle Reebok, irrimediabilmente
inzaccherate, mentre si sforzava di strappare una lunga canna dal terreno.
I suoi compagni di classe erano alle prese con l’ennesimo giochino da ritardati proposto dalla maestra.
Di quelli che piacevano un sacco alle femmine. Lui avrebbe preferito celebrare quella gita nel parco di Fort Lincoln, portando
con sé la canna da pesca che suo padre gli aveva regalato. Ma le insegnanti non erano state d’accordo.
Mentre le foglie dai bordi duri e taglienti gli graffiavano le mani, Ronnie riuscì a svellere la canna dalle sue radici.
Senza curarsi del bruciore alle dita, si acquattò ed estrasse dalla tasca posteriore dei jeans il coltellino a serramanico che era il suo orgoglio.
Sull’impugnatura rivestita di pelle di cervo, era dipinto il nome dakota di suo padre: Howahkan. Sorrise alla vista dello scintillio che il sole
traeva dalla lama e cominciò a pulire dalle foglie la superficie della canna.
Lo scopo di tanto lavoro era a pochi metri dalla riva: un enorme luccio argenteo incastrato tra due rocce levigate.
Se ne stava lì, le branchie che palpitavano appena. Ronnie pensò che poteva essere in agguato, in attesa di un pesce da ghermire con le fauci irte di denti.
Il suo arpione fu pronto in pochi minuti. Ripose il coltello nella tasca, dopo averlo pulito sui jeans. Si succhiò via dalle
dita una goccia di sangue, poi impugnò la canna studiando il modo migliore per avvicinarsi alla sua preda.
Mentre le voci dei suoi compagni giungevano da dietro i cespugli, impegnate in una disputa su chi avesse segnato il punto,
Ronnie decise che l’unica soluzione era arrampicarsi su una delle rocce. E arpionare il luccio da quella posizione.
Respinse il pensiero di quello che avrebbe detto suo padre se fosse stato lì, a vederlo prendere la
rincorsa per saltare sulla roccia, evitando di finire in acqua. Il salto fu meno facile di quello che pensava. Rimase in equilibrio
instabile per più di qualche istante, poi si stabilizzò, aiutandosi con la canna. Si chiese se il luccio, spaventato dal rumore, non
si fosse allontanato e mise tutta la circospezione possibile per avvicinarsi al margine della roccia e guardare in basso.
Il luccio era ancora lì.
Si sentì defraudato del bottino mentre lo arpionava con la stessa facilità con cui avrebbe infilzato un salsicciotto
sul barbecue dietro casa.
Visto così da vicino, non aveva più nulla del <lupo di acqua dolce>. Sembrava piuttosto uno dei pesci surgelati
che la nonna <pescava> dal bancone di mister Canon. Se lo rivoltò tra le mani, osservandone gli occhi velati e le branchie.
Non erano rosse, come se il luccio fosse morto da giorni e non da pochi minuti.
Indeciso se portare con sé quella misera pesca, o ributtarla nel fiume, Ronnie si voltò verso la riva densa di canneti.
E spalancò la bocca almeno quanto quella del grosso pesce che teneva ancora stretto tra le mani.
"Porco mondo!", esclamò.
Illuminati dalla luce del sole che pioveva attraverso le fronde, decine di lucci galleggiavano tra le canne mandando riflessi iridati.
E Ronnie non dubitò neanche per un attimo che fossero tutti morti, almeno quanto il suo.
© Laura Costantini e Loredana Falcone - 2007