Quello che il diario non dice #4

Il primo indimenticabile Halloween

“…sono le leggi del Clan, capisci?”
Robert saliva le ripide scale che conducevano alla torre più alta del castello dei Moncliff, ma si sforzava di farlo continuando a girare la testa per interloquire con Kiran che lo seguiva da presso.
“No, non capisco. Mi stai dicendo che questo tuo antenato, Stuart, è morto in tenera età ormai da più di un secolo e che, da allora, chiunque porti il suo nome nella tua famiglia fa una brutta fine. Però, nonostante questo, siete obbligati a chiamarvi come lui?”
Robert sbuffò. Un po’ perché le scale sembravano non finire mai. Un po’ perché il ragionamento di Kiran non faceva una piega.
“Tu non lo puoi sapere, ma per noi scozzesi le leggi e le tradizioni del Clan sono più importanti di quelle volute dalla regina Vittoria. E tra i Moncliff funziona così: ogni barone è tenuto a imporre il nome Stuart al primogenito maschio.”
“E se il primogenito è femmina?”
“Pericolo scampato e problema rimandato alla prossima generazione.”
Si fermò e dal gradino più alto brandì la lampada che aveva portato. La luce restrinse le pupille negli occhi di Kiran e ne esaltò le iridi dorate.
“Siamo arrivati?”, chiese il giovanissimo lord dal gradino più in basso.
“No. Ma sul serio questo è il primo Halloween della tua vita?”
“In India non si celebra la notte dei fantasmi.”
“Forse perché lì non c’è mai abbastanza oscurità”, ipotizzò Robert riprendendo a salire.
“Ce n’è fin troppa”, mormorò Kiran.
Nessuno dei due aveva partecipato ai giochi nel salone principale del castello con le mele, la cera fusa, gli specchi e tutto il resto. Erano roba da femmine e avevano attratto l’attenzione delle figlie degli ospiti di Sir William. Il gioco era ricavare da bucce di mela o cera rappresa nell’acqua fredda il nome del futuro fidanzato. E le fanciulle si erano prodigate nello sforzo di scorgere delle R o delle K tra occhiate in tralice, rossori e risolini nonostante la giovane età dei due ragazzi, appena quattordici anni, e la presenza di numerosi chaperon.
Poi era arrivato il momento delle storie terrorizzanti. E della liberazione dall’assedio. Perché Robert possedeva fantasia sbrigliata e potere di suggestione. Le aveva spaventate a morte e lo stesso stava cercando di fare ora, nella speranza – in realtà molto remota – di terrorizzare Lord Lennox.
“Fu Lady Ygerna, la madre del piccolo Stuart, a pretendere che quel nome restasse nel Clan a imperitura memoria del bambino che aveva perso.”
“Ma se la storia risale a più di cento anni fa, la morte di un bambino avrebbe dovuto essere un evento piuttosto normale. Lo è ancora oggi.”
Robert si bloccò in modo tanto brusco da costringere Kiran a urtarlo.
Poi si voltò, la lampada a illuminargli dal basso il viso lentigginoso.
“C’è modo e modo di morire”, disse in tono lugubre.
A Lord Lennox scappò da ridere e gli mollò uno spintone.
“Smettila. Piuttosto spiegami perché ci stiamo inerpicando quassù. Mi hai promesso qualcosa di sconvolgente, ma io vedo solo gradini di pietra, pareti di pietra, volte di pietra. Dov’è il fantasma del piccolo Stuart?”
Robert riprese a salire.
“Non si mostrerà se ti comporti così.”
“Così come?”
“Da strafottente. I morti vanno rispettati.”
Il rimprovero sembrò sortire l’effetto voluto. Il silenzio dei loro respiri li accompagnò per un’altra ripida rampa di scale.
“Però non mi hai ancora spiegato cos’è successo al piccolo Stuart”, fece notare Kiran.
Sul pianerottolo che avevano raggiunto si apriva una piccola porta di legno incardinata nel muro da robuste staffe di metallo scuro. Robert liberò il chiavistello dal lucchetto, poi tentò di farlo scorrere.
“Lascia fare a me. Fammi luce.”
Il freddo condensava il loro respiro in rapide nuvolette. Il silenzio fu trafitto dal cigolio della sbarra di metallo che, lentamente, sfuggì alla morsa della ruggine per consentire alla porta di aprirsi. La lampada dissipò l’ombra fitta oltre la soglia, rivelando una stanza circolare, spoglia, a parte tre artistiche finestre a bifora con i vetri rotti. Una corrente d’aria gelida li investì, insieme a un suono che li bloccò nell’atto di attraversare l’arco che incastonava la porta.
“Hai sentito?”
“Sì, ho sentito. Era il vento.”
Si mostrò sicuro Kiran, ma fu grato alla scarsa illuminazione e agli abiti pesanti. Un brivido gelido gli aveva percorso il corpo, accapponandogli la pelle. Quel vento era stato gravido di dolore. Di pianto. Robert lo spinse dentro, poi lo seguì e accostò la porta per porre un ostacolo al vortice che stava sollevando dal pavimento ramoscelli, foglie secche e, inorridì nel constatarlo, qualche piuma.
“Adesso che dovrebbe succedere? Stuart ci aspetta qui?”
“Smettila!”, Robert riuscì a urlare bisbigliando. “Qui dentro è morto un bambino.”
Kiran incrociò le braccia sul petto e inclinò la testa, offrendogli un sorriso che sarebbe stato bellissimo se non avesse trasudato incredulità.
“E come è morto, si può sapere?”
“Hai presente la battaglia di Culloden?”
“Aprile 1746… credo.”
Robert non lo ascoltava.
“Dopo la sconfitta la repressione fu durissima, come recitano i versi di Tobias Smollet: E nulla s’udrà ma sol di dolor pianti, mentre pallidi gli spirti dello scempio si libreran ogni notte sulla landa silente. Il mio Clan aveva sostenuto Bonnie Prince Charles e il mio antenato barone cercò di tenere al sicuro la propria famiglia, soprattutto Lady Ygerna e l’erede, Stuart.”
Con un sospiro Lord Lennox si rassegnò ad accoccolarsi, la schiena contro il gelido muro di pietra, per ascoltare la storia. Non l’avrebbe mai ammesso, ma adorava quando Robert si immergeva nell’evocazione di personaggi e situazioni. Un narratore nato.
“Secondo la leggenda in questa torre, e in questa stanza, avevano fatto il nido una coppia di imponenti gufi reali. I più grandi, maestosi e belli che si fossero mai visti.”
Anche lui si era accovacciato di fronte a Kiran e nella stessa posizione. Aveva scoperto, durante la permanenza a Calcutta, che quell’accoccolarsi sui talloni, se si era flessibili abbastanza, era comodo e consentiva di sedersi in qualunque situazione.
“Gufi reali? Che hanno di diverso dagli altri?”
“Sono molto grossi e hanno occhi molto espressivi. Dello stesso colore dei tuoi. Più o meno.”
Kiran gli tributò una smorfia che voleva essere un’espressione gufesca. Ma l’attenzione di Robert era tutta rivolta alla triste storia che stava per narrare.
“Devi sapere che noi scozzesi siamo pieni di credenze popolari. Una di queste dice che se si guarda nel nido di un gufo si è condannati alla malinconia e alla tristezza per tutta la vita.”
La lampada, posata sul pavimento di pietra, evidenziava in un cerchio di luce pagliuzze, foglie, sporcizia… piume. Ce n’erano di piccole, leggere e soffici che svolazzavano alla minima corrente d’aria. E poi ce n’era qualcuna lunga, scura, screziata. Kiran ne raccolse una.
“Una piuma di gufo reale?”, chiese.
“Non è una piuma. È una penna. Forse addirittura una remigante. Quando ne perdono i gufi reali le conservano per imbottire il nido.”
“Questo non è un nido. È una stanza e anche abbastanza grande. Sarebbe il nido adatto per degli struzzi.”
Il giovane lord si sforzava di scherzare. L’atmosfera che si stava coagulando intorno a loro era pesante, ovattata, gelida. Lo metteva a disagio.
“Mi lasci raccontare oppure hai troppa paura?”
“Paura? Mi si stanno congelando le chiappe, piuttosto. Avanti, racconta.”
Robert giunse le mani appoggiando la punta delle dita contro il naso.
“Lady Ygerna odiava i gufi”, riprese dopo aver raccolto le idee. E lasciato che il silenzio frusciante della torre trovasse la strada verso i timori del suo scettico amico. “Ne era terrorizzata. E quando aveva scoperto il nido, aveva dato ordine di distruggerlo, uccidere i pulcini e allontanare la coppia che se stava prendendo cura. Questo era accaduto prima della battaglia di Culloden, prima della rivolta e della sconfitta. Nessuno ricordava più quell’episodio quando il barone Moncliff disse a Lady Ygerna di rifugiarsi quassù, insieme alla cosa più preziosa che possedesse: il primogenito Stuart.”
Vento. Nonostante la porta fosse stata chiusa, una sferzata di gelo penetrò nella stanza circolare e sembrò correre lungo le pareti sollevando pagliuzze, foglie, piume. La fiamma nella lampada oscillò fin quasi a spegnersi, eppure c’era l’ampolla di vetro a proteggerla.
Gli occhi di Kiran si alzarono ai vetri rotti. La porzione di cielo visibile era oscura e percorsa da nubi sfilacciate come vecchie bandiere. Gli sembrò di scorgere il bagliore di una saetta, ma doveva essere un temporale lontano.
“Che succede se la lampada si spegne?”, chiese.
Robert ridacchiò.
“Che te la fai sotto dalla paura. Vuoi tornare di sotto a farti corteggiare da quel pollaio di gallinelle?”
“Io no. Tu?”
Il futuro barone Moncliff, titolare di quel famigerato nome, Stuart, non rispose alla domanda. Riprese a narrare come se non fosse stato interrotto.
“Il piccolo aveva quattro anni, i capelli rossi come una brace d’inverno e gli occhi trasparenti come ghiaccio in primavera. La pelle candida cosparsa di lentiggini. Era vivace e robusto e il barone Diarmad riponeva in lui tutte le proprie speranze. Per niente al mondo avrebbe permesso che cadesse nelle mani degli inglesi. Così Lady Ygerna e il bambino si rifugiarono quassù e tutto sembrò andare bene. Finché arrivò una notte di tempesta.”
Il vento. Di nuovo. Talmente forte da far vibrare i vetri ancora rimasti nelle intelaiature. La corrente d’aria vorticò contro le pareti circolari, giocò con i folti capelli neri di Kiran e lo indusse a proteggere la lampada. In lontananza si infranse un tuono e un crepitio di pioggia li fece sussultare entrambi.
“Neanche a farlo apposta”, commentò Kiran con una smorfia. Si era alzato in piedi per avvicinarsi alla finestra rotta. Una nuova raffica di gocce tambureggiò con un suono sinistro, quasi di dita scheletriche che picchiettassero reclamando il permesso di entrare.
“Grandine, vento, fulmini e tuoni come esplosioni. Si dice che fu una delle tempeste più violente mai viste sulle Highlands a memoria d’uomo. Fu allora che i vetri delle finestre si infransero.”
“Bugiardo” protestò il lord. “Era il 1746. Siamo nel 1882. Sono passati centotrentasei anni. Di quelle vetrate non dovrebbe essere rimasto nulla…”
Un rumore improvviso lo costrinse a tacere.
“Hai sentito?” chiese Robert.
“Ho sentito, sì. Era la pioggia.”
Il rumore si ripeté, frusciante. Un battito d’ali. Di grandi ali.
“Pioggia, dici?”
Kiran stava di nuovo cercando di scorgere qualcosa oltre le finestre infrante, ma il vento sembrò respingerlo indietro.
“D’accordo. Piove, come allora. E quassù il vento è molto forte e può giocare strani scherzi. Ma ancora non ho capito cosa è successo al piccolo Stuart. Ha preso la polmonite, come succederà a noi a breve?”
Robert si alzò scuotendo la testa.
“No, purtroppo no. Quella notte dalla finestra infranta tornarono i gufi reali che Lady Ygerna aveva fatto scacciare.”
Adesso l’attenzione di Kiran era tutta per lui. E per il piccolo Stuart.
“Non mi dire che…”
“I gufi sono rapaci. E carnivori. Normalmente non attaccano l’uomo, ma…”
“Avanti, c’era la madre. E nessuna madre lo permetterebbe…”
“Dimentichi che Lady Ygerna era terrorizzata da quegli uccelli. Nessuno sa di preciso cosa accadde, ma le urla furono udite fino al villaggio. E quando i soccorsi arrivarono, ormai era tardi. I gufi avevano divorato il volto del bambino.”
Il frullo d’ali si ripeté un istante prima che il vento irrompesse. Violento. Denso di pioggia. La lampada si spense e un buio compatto calò nella stanza in cima alla torre.
“Porco demonio!” esclamò Robert cercando Kiran. Lo trovò e accettò con gratitudine la stretta della sua mano.
“Te l’avevo detto che la lampada si sarebbe spenta. Adesso come…”
Non riuscì a finire la frase. Un fulmine serpeggiò appena oltre le mura di pietra e invase di luce la stanza. Fu allora che lo videro. Stuart. Abiti settecenteschi adorni di trine. Una fiammata di riccioli fulvi sulla testa. Le manine candide tese verso di loro in una richiesta d’aiuto che non aveva voce. Proprio come lui non aveva volto. Tra il colletto di trine insanguinate e i capelli rossi c’era la devastazione di un volto scavato fino all’osso da becchi adunchi. E quando a quell’immagine spaventosa si unì, di nuovo, il frullare di grandi ali, Robert e Kiran gridarono come non credevano di essere capaci di fare.

Lascia un commento