Intervista a Robert Stuart Moncliff

(Siamo a Londra, nel 1898)

Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti…

Così diceva Dracula parlando alla sua Mina e così potrei dire io, oggi, per realizzare quest’intervista. Un onore inaspettato e assolutamente gradito, se non fosse per questo maledetto vestito che mi strizza come una salame. Non so da quanti strati sia composto. So soltanto che mi rende dolorosamente consapevole di avere una vita e un busto. Non mi lamenterò mai più del reggiseno, giuro. Non so nemmeno come farò a sedermi, visto che ho perso le tracce del mio posteriore sotto questa strana cosa gonfia che costituisce la parte inferiore del mio abito, tutto taffetà, trine e merletti. Bel colore, niente da dire. Il punto di bordeaux che preferisco. Almeno non è rosa. Però accidenti, che scomodità… E gli stivaletti… Rivoglio i miei New Rocks. Tanto sotto questa tonnellata di stoffa che mi avvolge tipo uovo di Pasqua nessuno se ne accorgerà. Posso riaverli? Vi prego…

La stanza in cui mi trovo urla Età Vittoriana a gran voce: divano e poltrone ricoperti di un ricco velluto verde oliva, braccioli con linee ricurve, un camino – spento, e meno male visto che già così sto morendo di caldo – sormontato dalla specchiera dalla cornice più sontuosa che abbia mai visto. La pendola in un angolo della stanza indica le tre del pomeriggio. Tappezzeria – seta, ci scommetterei la mia crinolina – a piccoli fiori rosa e foglie che richiamano il verde dei rivestimenti; quadri alle pareti, per lo più paesaggi. Chissà se qualcuno lo ha dipinto lui… Il pavimento è ricoperto da una spessa moquette. Almeno, quando precipiterò dai tacchi dei demoniaci stivaletti che indosso, non mi farò male.

 

Le persone che devo intervistare sono due, ma non so chi si presenterà per primo. So soltanto di essere emozionata come mai prima d’ora, e ancora incredula.

Loro, Robert Stuart Moncliff e Lord Kiran di Lennox, sono due dei miei eroi letterari di ogni tempo. La loro storia mi ha appassionato, fatto piangere, tenuto col fiato sospeso per giorni. Incontrarli è un sogno che diventa realtà. O forse è solo un sogno e in quel caso vi prego di non svegliarmi,  almeno fino a quando non sarà successo e avrò fatto loro sapere quanto mi siano entrati nel cuore. Chissà se saranno come me li sono immaginati, specie lui, il magnetico conte dagli occhi d’oro. Spero solo che qualche neurone mi assista permettendomi di non fare la figura dell’idiota, quando me lo troverò davanti.

E adesso non ho più tempo di pensare, perché la porta si apre e Robert Stuart Moncliff entra nella stanza. Sono contenta che sia lui il primo. Sono talmente nel pallone che ho proprio bisogno di un sorriso solare e aperto come il suo, per rincuorarmi un po’. Spero solo che il mio inglese non mi abbandoni, ecco. Così, a primo acchito, posso dire che il mio scozzese preferito è… luce. Bellissimo. Ed è vera la faccenda delle lentiggini. Ne ha tantissime e lo fanno sembrare molto più giovane di quello che è. Io mi sento una vecchia carampana e dimentico l’usanza del baciamano, rendendogli l’impresa più ardua di quello che si sarebbe aspettato. Ma il suo sorriso non vacilla. Questo è un gentiluomo…

“Grazie per aver accettato di dedicarci un po’ del vostro tempo prezioso, Madame” esordisce, e lo potrei già strapazzare per quel Madame e per la deliziosa R così sonora e tipica dell’accento scozzese che lo caratterizza. “Vogliamo sederci? Gradite un tè?”

Allora, io detesto il tè. Da sempre. Ma come posso rivelarlo a qualcuno che ti guarda con una tale premura?

“Grazie” balbetto, ricambiando il sorriso. È impossibile non farlo. Nel frattempo tento di sedermi, sperando di centrare la seduta con il pallone che ho dietro. Ci riesco e lui non saprà mai quanto sia stato difficile. Mi piazzo sul divano, lui sulla poltrona giusto di fronte a me. Indossa una giacca di un azzurro polveroso, un gilet di colore simile e pantaloni scuri. La sfumatura di azzurro fa risaltare i suoi occhi e il suo incarnato chiaro e devo far attenzione a non perdermi nella contemplazione, o addio intervista. Le mani, però, non riesco a non guardarle. Eleganti e forti nello stesso tempo. Armoniose. Perfette per creare arte. Alla fine mi costringo ad abbassare lo sguardo sul taccuino che ho portato con me.

“Non vi ruberò molto tempo, state tranquillo.” La prendo molto alla larga e parto con qualche domanda sull’arte e sulla pittura in generale. Non sono un’esperta, ma mi sono un po’ documentata per non sfigurare.

Siete un pittore e uno scrittore. Quale tra queste forme di espressione trovate più soddisfacente? Sono complementari?

Si prende il tempo per riflettere sulle mie parole, postura rilassata e gli occhi trasparenti rivolti alla luce che entra dalla finestra.

“Sono un pittore che ama scrivere storie. A disegnare ho iniziato da piccolissimo, la scrittura è arrivata dopo. Si dice che un’immagine può valere più di mille parole. Ed è vero. Ma le immagini sono simboli, sublimano ciò che abbiamo dentro. Dicono moltissimo di noi. La scrittura invece riesce a raccontare come vediamo il mondo, su quali aspetti ci soffermiamo. La scrittura comunica e crea un ponte tra l’autore e chi lo legge. Ci dà la misura di quanto siamo veramente capaci di essere parte del mondo che amiamo.” Riporta gli occhi su di me. “Quindi mi ritengo un uomo fortunato perché posso esprimere la mia anima fino in fondo. Fortunato e vanitoso, perché questo presuppone che la mia anima sia interessante per gli altri.” Lo è, Moncliff, lo è. Ma andiamo avanti.

Siete triste. Dipingete o scrivete?

“Voi, madame, sapete che ho iniziato a scrivere su suggerimento di quella che allora era la mia paziente istitutrice. Alvena Griffiths. Le devo moltissimo, anche due sorelle che adoro. È stata lei a fornirmi la chiave per non lasciarmi soffocare da rabbia, tristezza, solitudine. Quindi se sono triste l’istinto è prendere uno dei miei diari e scrivere. La pittura ha bisogno di tempo, concentrazione, serenità, anche. Scrivere è più immediato. E in una storia si può decidere di piegare il destino e sconfiggere il male. Nella vita non si riesce quasi mai a farlo.” Io non riesco nemmeno scrivendo, ma non voglio contraddirlo.

Scrivere il proprio diario è come parlare a se stessi nel tentativo di fare chiarezza nei propri pensieri e sentimenti. Un’altra cosa è evadere dal proprio mondo per scrivere una storia del tutto diversa. Che cos’è più… terapeutico, per voi?

Sorride. “Per me il diario. Per i miei lettori i romanzi che scrivo. Rileggendo le pagine dei miei sfoghi mi rendo conto che la mia vita può apparire complessa. E lo è. Ma è anche ricca di momenti felici. E la felicità preferiamo viverla piuttosto che raccontarla, non credete? A meno che non si stia raccontando una storia. I miei romanzi sono puro intrattenimento. Nessuna pretesa di guadagnarmi un posto tra i padri della letteratura. C’è lotta, sofferenza, ma anche allegria, azione, amore e…” Mi strizza l’occhio. “Un pizzico di passione, che non guasta mai. Piace ai gentiluomini e fa sospirare le dame.”

E che cosa leggete per puro piacere?

“Sono un lettore senza preclusioni. Lord Lennox mi ha fatto scoprire la forza della poesia di Walt Whitman. Ho molto amato Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Ho imparato moltissimo da Dickens, da Walter Scott, da Alexandre Dumas, da Jules Verne, senza dimenticare la grande Jane Austen, le sorelle Brönte. Vorrei aver scritto io la storia tormentata di Cime tempestose. Amo la poesia di Emily Dickinson. E confesso di essere affascinato dalle storie cupe. Bram Stoker, Le Fanu, il meraviglioso Frankenstein di Mary Shelley. Edgar Allan Poe, lo adoro. E darei un braccio per aver scritto io Uno studio in rosso del mio compatriota Arthur Conan Doyle… Non amo la narrativa russa, però mentre mi sono appassionato alla poesia italiana. Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi. Ho studiato l’italiano per leggerli in originale. Merito anche di Lord Lennox, che è appassionato di opera lirica e i libretti sono quasi tutti in italiano. Ho scoperto anche uno scrittore italiano dalla spiccata fantasia, Emilio Salgari.” Si lascia sfuggire una risata. “Sono disordinato, anche nelle mie passioni.”

Bram Stoker, Le Fanu… vampiri, dunque.

Non riesco a trattenere un sorriso e un’occhiata che dice più di mille parole. Lui sorride e abbassa lo sguardo. 

“Cosa c’è di più affascinante di una creatura immortale cui hanno rubato la luce e lacerato l’anima?”

Non posso che essere d’accordo.

Nella pittura quale artista vi ha maggiormente influenzato?

“Disordinato, anche qui. Nasco paesaggista, sulla falsariga di William Turner, ma sono stato folgorato dai preraffaelliti, da Dante Gabriel Rossetti al maestro Waterhouse. Poi sono stato a Parigi e… Dio, l’impressionismo. Ho rivoluzionato tutto nella mia pittura. Tecniche, luce, strumenti. Monet, Seurat… A Parigi ho conosciuto l’invidia e la consapevolezza che il genio esiste e che Dio è un impressionista.”

E se, per qualche motivo, non poteste più scrivere né dipingere?

“Credo che preferirei morire.”

C’è qualche altra professione che vi attrae?

“Il medico. Forse perché conosco un uomo meraviglioso che ha reso la medicina, ai miei occhi, ben più di una professione: il dottor Jack Mallard. Un amico di famiglia che ha sostituito ai legami di sangue la forza della stima, dell’affetto, del rispetto reciproci.”

Londra o Parigi? E quale altra città vi piacerebbe visitare?

“Londra è casa. Ha mille difetti, è sporca, soffocante, affollata, ma vivo e lavoro qui e non la cambierei. Parigi è sogno. Elegante, luminosa, trasuda profumi, bellezze, arte, civiltà, accoglienza. Credo che mi piacerebbe viverci. Ho delle gravissime lacune per quanto riguarda l’Italia. Devo visitare assolutamente Roma, Firenze, Napoli, Venezia. E mi piacerebbe anche New York.”

E adesso mi butto. Spero che lo abbia previsto e che non la prenda a male…

Lord Lennox. Le vostre vite sono inscindibilmente legate. Qual è la cosa più importante che ha portato nella vostra?

Nel frattempo ha guardato più volte un portasigarette d’argento posato sul tavolino. È evidente che non osa, in presenza di un’ospite, accenderne una. “Posso averne una anch’io?” gli chiedo, anche se so benissimo che nell’epoca in cui mi trovo non è un’abitudine da donna come si deve. Ma vallo a dire alla mia voglia di fumare. Anche lei ha viaggiato nel tempo assieme a me. La sua squisita cortesia prende il sopravvento sullo stupore. Mi porge il portasigarette e sembra sollevato dalla possibilità di fumare.

“Dovete perdonarmi, madame, ma non amo parlare del mio legame con Lord Lennox. Dovrò superare una ritrosia che è, al tempo stesso, discrezione e timore. Voi sapete bene quale pessima considerazione si abbia dei legami come il nostro.”

“Non dal luogo da cui provengo io. Vi prego di credere che le mie domande non sono maliziose né suscitate da una curiosità morbosa. Per me siete… meravigliosi!” Ecco, forse mi sono fatta prendere troppo dall’entusiasmo. Mi caccerà via dal salotto, lo sento. Ma spero che percepisca la mia sincerità. Io li adoro, questi due.

“Allora vivete in un luogo bellissimo, madame. Comunque vi ringrazio.” È arrossito e si nasconde dietro una boccata di fumo. “Lord Lennox mi ha fatto sentire il personaggio di un libro d’avventure. Ha cacciato la banalità e la noia dalla mia vita. L’ha sconvolta completamente. Ma se ho avuto la forza di seguire le mie aspirazioni artistiche e di contrastare la volontà di mio padre di fare di me un avvocato, lo devo a lui. Mi ha mostrato chi sono.”

Ok, se fossi un emoji avrei gli occhi pieni di cuoricini, ma penso che il mio sguardo sia significativo lo stesso perché lo vedo sorridermi di rimando. E rilancio.

Un suo difetto che sopportate a fatica. Prometto di non dirglielo, anche se forse lo saprà già.

Adesso ride. “Uno solo? Lord Lennox è capace di esprimere una tale arroganza da far saltare i nervi a un santo. È imprudente in ogni aspetto della vita, non ascolta consigli, fa sempre di testa sua ed è convinto di dover tutelare dal pericolo tutto il mondo, tranne se stesso. Può bastare?”

Beh, a dire il vero adoro come ne parla, con lo sguardo acceso e un vago sorriso, quindi per me potrebbe continuare, ma possiamo passare alla prossima domanda.

Leggendo la vostra storia ho provato sentimenti contrastanti. Dispiacere e pena per molti avvenimenti, ma anche gioia e speranza. Un amore così difficile non vi ha mai scoraggiato?

“Ci sono eventi che non consentono di scegliere. L’incontro con Lord Lennox è stato come rinascere. Le situazioni che hanno rischiato di dividerci ci sono state. E ce ne saranno, perché il nostro è un mondo che vive di convenzioni, di ipocrisie. Di violenza, anche, fisica e verbale. Lord Lennox non ha mai fatto nulla per evitare di farsi dei nemici e Sua Maestà è ormai anziana e stanca. Potrebbe non poter più vegliare su di lui da un momento all’altro. Ma anche con questa prospettiva davanti, no, non mi sono mai scoraggiato. E non è una questione di forza d’animo, quanto di necessità. Ho provato sulla mia pelle quanto sia difficile rinunciare a lui. Impossibile.”

Schiaccia la sigaretta nel posacenere di cristallo e io lo imito. Sigaretta senza filtro, fortissima. Mi gira un po’ la testa, ma spero che non se ne accorga. Il tè arriva e mi costringo a sorseggiarlo senza smorfie. Ed è accompagnato da scones, che mi piacciono moltissimo.

Progetti per il futuro? gli chiedo, sperando di non sbrodolarmi con la crema che accompagna gli scones. La mia reputazione di dama raffinata andrebbe definitivamente a farsi benedire.

“Esserci quando il mondo imparerà che l’amore è luce e ci saranno sempre spiragli che la lasceranno filtrare. Niente può fermare la luce.”

“Così dovrebbe essere. Ve lo auguro davvero.”

Mi alzo, visto che ho esaurito l’orrendo tè e anche le domande. “Grazie per il vostro tempo. Posso… abbracciarvi?”

Ho infranto qualsiasi etichetta. Lui si è alzato di scatto, perché non si aspettava la mia mossa. Mi guarda sorpreso, dall’alto del suo… sarà sul metro e ottantacinque e apre le braccia.

“Con vero piacere, madame.”

Lo faccio, cercando di imprimermi nella memoria ogni dettaglio di questo momento. Lui non sa quanto importante sia per me e quanto stia cercando di trattenere il groppo in gola che mi impedisce di parlare. “Grazie”, gli dico e spero che intuisca tutto. Ma proprio tutto.

“Ho l’impressione di conoscervi, madame. Come se foste stata presente in un qualche momento della mia vita. Eppure non trovo il vostro volto nei miei ricordi.”

“Lo so. Ne avete un altro.” Gli stampo un bacio sulla guancia, anche questo al di fuori di ogni etichetta, e riesco persino a sorridergli. Alla prossima, Mr. Moncliff. Ti voglio bene.

Lucia Guglieminetti

 

 

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